Tristram Potter Coffin. (a cura di).

MITI E LEGGENDE 09: Giganti e Orchi.


Titolo originale: The Enchanted World 09: Giants and Ogres. 1986
Traduzione e adattamento di: Lucia Fanelli.
1998 Hobby & Work Italiana Editrice, Bresso (MI).
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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In questa ricca collana viene presentata una lunga serie di miti e delle leggende pi o meno note e diffuse per la gioia di grandi e piccini.
In questo volume: "Se non fai il bravo bambino chiamo l'orco cattivo che ti mangia in un boccone". Tutto quello che avreste sempre voluto sapere e non avete mai osato chiedere.
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Il Curatore.
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Tristram Potter Coffin, Consulente capo della collana,  docente di inglese presso l'Universit della Pennsylvania ed esperto in letteratura popolare.
 autore di numerosi libri e di pi di 100 articoli.
Tra le sue opere pi note ricordiamo: The British Traditional Ballad in North America, The Old Ball Game, The Book of Christmas Folklore e The Female Hero.
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Indice.
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Capitolo Uno.
I principi dell' Universo.
Gli Eredi del Primo Mondo.
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Capitolo Due.
Protettori e Benefattori.
I Cimenti del Cavaliere Verde.
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Capitolo Tre.
Una profonda Inimicizia.
Kilhweh e Olwen.
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Capitolo Quattro.
Il crepuscolo del Potere.
La testimonianza della Terra.
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Fine Indice.
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Capitolo Uno.
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I PRINCIPI DELL'UNIVERSO.
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Era una fresca mattina di aprile e le genziane, appena sbocciate, coprivano di un manto colorato le valli del Tirolo. Un giovane contadino austriaco, impegnato a spingere l'aratro, non immaginava che una forza pi potente di quella dei due buoi lo avrebbe presto strappato dal suo piccolo mondo. Per dire la verit, mentre gli animali arrancavano faticosamente lungo il campo e il cuneo di ferro si apriva un varco nel terreno, il giovane non pensava proprio a niente, il ritmo del lavoro e la pace della natura lo lasciavano sognare a occhi aperti. La nebbia del mattino si estendeva nella valle, arrampicandosi sui pendii. Fili di fumo si sollevavano dalle casette, piccoli puntini insignificanti e quasi invisibili ai piedi delle maestose montagne.
Lentamente, il sole fece capolino dai picchi elevati delle Alpi, illuminando la valle e riscaldando l'aria. Alla fine di ogni solco, il contadino fermava i buoi e staccava l'aratro per permettere alle bestie di riposare. Trascorsi alcuni minuti, attaccava nuovamente i finimenti e con l'aiuto di una frusta spingeva gli animali sul campo, dove ricominciava il faticoso lavoro di aratura.
Abituato allo spettacolo offerto dalle montagne circostanti, il giovane fissava l'aratro, ma sollev la testa di colpo quando la terra inizi a tremare e un'ombra si allung sul campo. La sua mente non riusc a dare un nome alla figura che si pieg improvvisa su di lui. Prima che potesse fuggire o urlare, venne imprigionato in una morsa d'acciaio e sollevato da terra. Sotto le sue gambe scalcianti, il campo arato si allontan velocemente. Paesi, prati e montagne svanirono alla
sua vista e le nuvole rotearono in anelli candidi sopra di lui. All'improvviso, l'ascesa mozzafiato si interruppe e il contadino si ritrov a dondolare altissimo sopra la terra, insieme ai suoi buoi.
Terronzzato, il ragazzo pos lo sguardo su due occhi pi grandi della sua testa, e in quelle nere profondit vide riflesso se stesso: un bambolotto imprigionato in un pugno gigantesco, gli occhi della creatura, contornati da lunghe ciglia, risaltavano su un viso rotondo incorniciato da capelli castano-dorato e imperlato da immense gocce di sudore. La pelle era liscia, senza traccia di barba: la creatura era femmina.
L'essere si lasci sfuggire un sospiro e una folata di aria calda invest il contadino. Dopo averlo osservato per qualche istante, la gigantesca creatura lasci cadere il ragazzo in una borsa di tela, dove scivol lungo le pieghe del tessuto fino ad appoggiarsi su una cucitura.
Fra salti e scossoni ebbe cos inizio per il contadino un tormentato viaggio. Incapace di trovare un appiglio, il ragazzo rotolava e saltava all'interno della prigione di stoffa. In qualche punto vicino a lui, i buoi muggirono e da lontano giunse l'eco di pesanti passi ritmati. Ogni tanto massi colpiti sul
terreno rotolavano rumorosamente. L'aria divenne pungente e il vento inizi a soffiare impetuoso. All'improvviso, il vento cess. Un suono stridulo, come quello prodotto da ferro contro ferro, riemp l'aria, seguito da un tonfo. Un fiotto d'aria invest il ragazzo, a cui sembr che qualcuno stesse aprendo un portone. La sacca venne rovesciata all'improvviso e il contadino rotol su un duro pavimento di legno.
Subito balz in piedi e con un altro salto si allontan dagli zoccoli scalcianti dei buoi, che scendevano su di lui chiusi nella morsa di una mano gigantesca.
Quando gli animali toccarono il suolo, la mano serr la presa, per impedire loro di fuggire. Scuotendo la testa, i buoi fissarono il contadino e muggirono malinconicamente.
A centinaia di metri sopra la testa del giovane si estendeva un intricato labirinto di travi e archi. L'uomo era circondato da monoliti in movimento: pi grandi delle torri di un castello, avevano sembianze umane. I grandi occhi scintillavano; le bocche erano spalancate in allegre risate, rivelando denti grandi come pietre tombali e lingue rosso scarlatto. Alcuni di essi masticavano. Il contadino cap di trovarsi sulla tavola imbandita di un gruppo di giganti. Il tremendo frastuono lo assordava; si copr le orecchie e si volt verso colei che l'aveva catturato. La gigantesca creatura se ne stava appoggiata al tavolo, i lunghi capelli ramati che le ricadevano sul viso. Sorridendo, la gigantessa allung il braccio enorme verso il contadino e con delicatezza lo pos su una mano. Con un dito, gli mise a posto la lunga camicia e gli pettin i capelli. Poi, lo riappoggi sul tavolo. Indicandolo, parl con voce tonante pronunciando parole incomprensibili ma alle quali seguirono fragorose risate. Rosso per la rabbia e l'umiliazione, il contadino inizi a urlare in direzione della gigantessa. La sua voce era poco pi che un pigolio sommesso, ma la collera sovrast la paura e quando un altro dito si avvicin a lui, reag coprendolo di pugni.
La mano si ritrasse e il silenzio scese nella sala. Un uomo anziano, dalla folta barba grigia e il capo sovrastato da una corona d'oro, si rivolse al contadino: "Perdonaci, mortale. Non vogliamo farti del male".
Il re dei giganti sollev quindi la mano e si volt verso la fanciulla dai capelli ramati. "Riporta questo brav'uomo sulla sua terra, figliola" disse. "Non  un giocattolo. Appartiene alla nuova razza. Quando l'ultimo di noi sar scomparso, la sua gente dominer quel mondo che ora  nostro".
Cos fu fatto. Fra sobbalzi e scossoni ebbe inizio il viaggio di ritorno e quando la luce del giorno stava ormai per lasciare il posto alle tenebre, il
contadino venne deposto sul suo campo, insieme ai buoi e all'aratro. La gigantessa se ne and, facendo tremare ancora una volta la terra.
Molti anni dopo, quando le nebbie che nascondevano le vette delle Alpi si sollevarono, il contadino vide nuovamente il volto sorridente della gigantessa. In realt lei era molto triste: la razza dei giganti si trovava infatti sulla via del tramonto.
Sebbene alcuni possedessero ancora poteri magici e si adoperassero per proteggere i mortali, altri, solitari, come i giganti delle Alpi, si ritraevano all'avanzare della civilt degli uomini. Molti giganti reagirono con brutalit alla loro crescente debolezza, attaccando e uccidendo uomini e donne appena ne avevano l'occasione. Tutti erano comunque destinati a scomparire sconfitti dall'intelligenza e dalla volont umana, lasciando in ricordo soltanto leggende e testimonianze del loro passaggio: i fiumi da loro creati, le montagne da loro costruite, le foreste da loro disboscate.
Tuttavia, un numero sufficiente di uomini e donne li aveva visti, aveva parlato con loro, aveva combattuto contro di loro e aveva capito ci che un tempo erano stati i giganti: una razza che aveva camminato fra gli di.
Ogni paese possiede proprie leggende sui giganti, creature che governarono il mondo all'alba della creazione. I Greci, come i loro vicini Ittiti, credevano che la Madre Terra fosse emersa dal Caos e accoppiandosi con Urano avesse generato i fiori, gli alberi, gli animali e i giganti, le prime creature dall'aspetto umano. Fra i figli della Terra figuravano anche i Ciclopi, una trib di maestri fabbri con
un solo occhio, e i Titani, signori dei pianeti che governavano i giorni della settimana. Secondo la leggenda, i figli di Urano si ribellarono a lui e Crono, il pi giovane di loro, castr il padre con un falcetto di diamante, privandolo cos del suo potere. Per i Greci, Crono divenne in seguito il dio del tempo e il suo falcetto lo strumento che tagliava il filo al quale era legata ogni vita umana.
Eliminato il padre, Crono sal al trono. Secondo alcune cronache, gli anni del suo regno corrisposero a un'et dorata, durante la quale la terra era abitata da una razza superiore di umani. Come per tutte le razze, venne tuttavia il giorno della loro scomparsa, ma i loro spiriti sopravvissero come magici e benfici abitanti di alcuni alberi e boschetti.
Secondo altri resoconti, Crono, messo in guardia da Urano, il quale gli rivel che sarebbe morto per mano di un suo figlio, ingoi i suoi discendenti maschi. Soltanto uno, grazie a un sotterfugio della madre, riusc a sottrarsi al suo triste destino. Si trattava di Zeus, che rest nascosto nella grotta di Diete, a Creta, fino al raggiungimento della maturit. Solo allora affront Crono, che colp nel corso della battaglia con un fulmine per poi confinarlo, insieme agli altri Titani, nel regno degli inferi.
I Titani lasciarono tuttavia numerosi discendenti. Uno di essi, Orione, brilla in cielo ogni notte. Un tempo un essere mortale, il figlio gigante del dio Poseidone era un famoso cacciatore e seduttore. Sull'isola di Chios, il giovane venne accecato da un re, di cui aveva sedotto la figlia. Per curarsi, il Titano si incammin verso est, portando sulle spalle un mortale che gli indicava il cammino. La leggenda vuole che furono i raggi del sole a ridonargli la vista e a rivelargli le pi belle creature esistenti sulla terra: una ninfa e Artemide, da della caccia. Orione divenne l'amante di entrambe, ma Artemide, colta da un raptus di gelosia, lo uccise. In preda al dolore e al rimorso, la da tramut infine il corpo mortale dell'amante in corpo celeste.
Artemide fece di lui la pi bella costellazione del cielo, composta di stelle dai mille colori, circondata da una cintura di brillanti, armata con la spada la cui lama era velata dalle nebbie della grande nebulosa e accompagnata dalla splendente Sirio.
Orione era cos luminosa che chiunque alzasse lo sguardo al cielo era in grado di riconoscerla. Gli Accadi soprannominarono Orione "Luce del Cielo", gli arabi la battezzarono al-Jabbar ("il gigante") o al-Bhabadur ("il potente"). Gli ebrei la indicavano come Flimrod, un antico guerriero della trib di Ham esiliato nella volta celeste per essersi ribellato al loro dio. Nimrod veniva a volte chiamato Gibbor, "gigante".
I cronisti ebrei e arabi riportarono molte leggende sui giganti, creature discendenti non dagli di, bens da una razza di angeli caduti che avevano preso in moglie donne mortali. Si trattava di una trib malvagia, divoratrice di uomini, di cui, all'inondazione che sommerse la terra agli inizi della storia, sopravvisse un solo esponente: Og.
Secondo quanto riportato dagli scribi, Og riusc a sfuggire all'inondazione perch, a differenza dei suoi simili, credeva
alla profezia di no riguardante il Diluvio Universale e dedic la propria vita a servire il patriarca e i suoi discendenti. Per questo gli fu permesso di restare accanto alla grande arca (di legno di pino, secondo i cronisti ebrei, e di tek, secondo quelli arabi), quando le cateratte del cielo si aprirono e la terra venne sommersa dall'acqua. Quando le acque del mare invasero la terraferma, l'arca inizi a galleggiare e fluttu sotto un cielo plumbeo per quaranta giorni, forse per un interno anno solare (un anno lunare pi undici giorni).
All'interno dell'arca, gli animali gemevano; fuori, al freddo e al vento, Og avanzava a fatica. Era infatti troppo grande per poter stare sulla barca, ma No vegliava su di lui e gli forniva tutto il nutrimento necessario.
Quando infine la pioggia cess di cadere e l'arca si ferm sul monte Ararat, dalla terra era scomparsa ogni forma di vita, a esclusione di No, della sua famiglia, degli animali che aveva raccolto, dei numerosi pesci del mare e di Og il gigante. Secondo la leggenda, Og visse per cinquecento anni e divenne re del Bashan, la regione montana a oriente del fiume Giordano. Spinto dalla sete di potere, Og si spinse in territorio israelita, dove mor per mano mortale: Mose lo sconfisse infatti in battaglia.
Quello era il destino dei giganti nelle leggende degli uomini, che narravano la fine di quell'antica stirpe e glorificavano l'ascesa al potere degli esseri umani. Pochi racconti presentano i giganti nel loro vigore iniziale all'alba del mondo, e seppure abbondino di imprese meravigliose, in ognuno di essi si avverte il tono dell'elegia, come se la fine della razza dei giganti aleggiasse gi nei suoi albori.  soprattutto nelle leggende del nord, dove le trib dei giganti svanirono pi lentamente che altrove, che si avverte tale particolarit.
Il popolo scandinavo descriveva il mondo prendendo come punto di riferimento i giganti che abitavano la loro terra. La prima creatura vivente, nata dalla nebbia e dal gelo, fu Ymir, il capostipite di una razza di giganti. Come Crono in Grecia, Ymir venne ucciso dai suoi stessi figli, fra i quali figurava il dio Odino. La maggior parte dei giganti di ghiaccio anneg nel sangue di Ymir.
Dal corpo di Ymir venne creata la terra dei mortali, che venne appoggiata su un mare di acqua. Ai giganti che sopravvissero all'omicidio del progenitore venne assegnato un territorio in un angolo remoto di quel nuovo mondo, una regione montagnosa chiamata Utgard o Jtunheim, da jotun, termine il cui significato era "divoratore" e richiamava alla mente le abitudini cannibali dei giganti.
Al centro del mondo sorse una catena di montagne, che circondarono la terra dove abitavano gli esseri umani, creati per opera di Odino dagli alberi di frassino e olmo. La loro terra venne chiamata Midgard, letteralmente "muro di confine", poich la catena di montagne era stata creata per fare di quella regione una cittadella protetta dalle incursioni dei giganti.
Nelle nuvole al disopra del regno terreno, fluttuavano i palazzi argentei degli di. Il loro mondo, chiamato Asgard in onore degli Aesir (la razza degli di), era collegato alla terra attraverso Bifrost, il ponte arcobaleno.
Molti racconti narrano come gli di attraversassero il ponte per proteggere gli esseri umani da loro creati e di come Thor, dio del tuono, venisse nominato
guardiano di Midgard. Persino gli di trattavano con cautela i giganti, antenati di tutte le creature viventi, esseri arroganti e violenti, nelle cui vene
scorreva sangue magico. I giganti erano inoltre abilissimi nel cambiare aspetto e nell'arte dell'illusione, e possedevano la saggezza delle cose pi antiche.
Imbattersi in loro era estremamente pericoloso, come illustra un'antica leggenda.
 La storia racconta il viaggio intrapreso da Thor per affrontare la razza dei giganti. Chiamato anche "il tonante", "il castigatore di giganti" e "l'amico
dell'uomo", Thor era uno degli di pi potenti. Per assolvere il suo incarico di protettore degli esseri umani, si spostava spesso da un capo all'altro
della terra. All'epoca di questa leggenda, aveva come compagno Loki, un essere estremamente pericoloso. Loki viveva fra gli di e veniva ritenuto un dio
minore; possedeva la bellezza di un elfo e la natura mutevole e pericolosa del fuoco. Scaltro e bugiardo, amava farsi chiamare Lopt, "colui che vola leggiadro".
Insieme a Thor e Loki viaggiavano due servitori, un ragazzo di nome Thialfi e una ragazza di nome Roskva, entrambi umani.
 Dopo aver attraversato le verdi vallate e i laghi circondati da foreste rigogliose della regione settentrionale di , Midgard, il gruppetto si diresse
verso le rupi coperte di neve, oltre le quali si estendevano le terre pi selvagge del pianeta. Al calare della sera del secondo giorno di cammino, erano ormai vicini ai passi montani e quando le ombre si allungarono, i quattro cercarono un luogo riparato dove trascorrere la notte.
In una piccola radura all'interno di un boschetto di ontani, non lontano dai rilievi montani, trovarono un ottimo riparo: probabilmente il rifugio estivo di un pastore, o forse di molti pastori, considerata la dimensione e la struttura della capanna, dove da una grande stanza che fungeva da ingresso se ne diramavano altre cinque. Un puzzo repellente fuorusciva dall'ampia entrata. I ragazzini si bloccarono di colpo, esitanti sul da farsi. Con voce irritata, Loki ordin loro di entrare. Il dio aveva un carattere irascibile e non era avvezzo a trattare con gli umani. Per cercare di sovrastare l'odore nauseabondo, i due umani accesero infine un fuoco vicino all'entrata. Dopo essersi rifocillati, i quattro caddero in un sonno profondo. Si svegliarono di soprassalto: la terra tremava. Il rifugio inizi a oscillare violentemente. Thor rotol fuori dal riparo, seguito da tutti gli altri.
Uno spettacolo terrificante si par ai loro occhi: i vicini rilievi montani stavano sollevandosi. In realt non erano montagne, ma un essere gigantesco che si elevava in tutta la sua imponente statura, stagliandosi nel cielo plumbeo del mattino.
Thor, ornato di una cintura del potere e armato del suo micidiale martello, parl con voce tonante: "Il dio del tuono, guardiano di Midgard, ti saluta".
Alle parole di Thor, il gigante si acquatt, mostrando cos il suo volto. Dopo aver fissato i quattro per alcuni istanti, esclam: "I conquistatori sono cos piccoli?", "Abbiamo una forza che voi non conoscete," rispose Thor. "Allora seguitemi, se volete metterla alla prova" disse il gigante. "Il mio nome  Skrymir". Allung la mano oltre i quattro e
afferr il loro rifugio: il luogo in cui avevano trascorso la notte, altro non era che un guanto di cuoio. Alzatosi in piedi, il
gigante si diresse verso nord. In pochi minuti percorse centinaia di chilometri, attraversando l'ampia vallata
coperta di felci che si estendeva ai piedi
del muro di Midgard e dirigendosi verso le foreste che ricoprivano il territorio
della sua gente.
"Seguiamo Skrymir" esclam Thor. I ragazzini protestarono preoccupati, mentre Loki si limit a un'alzata di spalle. "Ecco perch quel posto puzzava tanto" fu il suo unico commento. I quattro si misero quindi sulle orme del gigante. Fu un viaggio lungo e faticoso. I ragazzini divennero tetri e silenziosi, mentre Loki divenne pi tagliente del solito; soltanto Thor mantenne la sua abituale allegria. Avanzava senza fatica, seguito affannosamente dagli altri.
Trovarono Skrymir al calare della sera, sdraiato su un prato al margine della foresta di Utgard. Quando li vide, li squadr divertito, ma non fece alcun commento sulla loro lentezza. Disse soltanto di aver gi mangiato e che le loro provviste erano nel suo sacco. Quindi chiuse gli occhi e non prest pi attenzione ai quattro. Dopo pochi minuti inizi a russare, facendo tremare i rami degli alberi vicini.
I ragazzini indietreggiarono. Loki grugn senza profferire parola. Thor copr invece la distanza fino ai piedi della gigantesca creatura, dove si trovava il sacco dei rifornimenti. Raggiuntolo, lo osserv. Il pesante fardello di cuoio era grande quanto una capanna e chiuso con una pesante fune. Con un sospiro, il dio del tuono si arrampic su una roccia e afferr l'estremit della fune per slegarla.
Rapida come un serpente, la fune di cuoio si contrasse, avvolgendosi pi strettamente intorno al collo del sacco. Thor ripet la manovra pi volte, ma a ogni tentativo la fune si stringeva un po' di pi. Thor stava scontrandosi con la magia dei giganti, contro la quale era inerme. Raggiunse allora la testa di Skrymir e lo chiam a gran voce.
Il gigante non si mosse. Loki sogghign di fronte all'impotenza di Thor, mentre la collera si impadroniva del dio del tuono.
Quest'ultimo afferr il martello e lo sollev; in quell'istante, lampi accecanti saettarono dall'arma. Lanciato in aria, il martello rote su se stesso, prima di crollare sulla testa del gigante.
All'impatto, Skrymir si mosse lievemente ed emise suoni incomprensibili, continuando a dormire. Il martello non gli aveva procurato nemmeno un graffio. Roskva, la piccola umana, accecata dal bagliore dei lampi scoppi in un pianto dirotto, mentre Loki, per una volta, rest a bocca aperta. Che creatura era mai quella che poteva sopportare l'ira dei cieli?
Quella notte, Thor colp altre due volte il gigante con il micidiale martello che aveva incendiato interi villaggi.
Ogni volta, l'arma rimbalzava sul cranio
del colosso, strappandogli soltanto
qualche sommesso brontolio.
Allo spuntare dell'alba, Skrymir apr gli
occhi, osserv i minuscoli compagni di viaggio e, sorridendo, rivel loro di aver sognato foglie e ghiande che gli cadevano in testa. Evitando qualsiasi commento, Thor disse, "Guidaci nella terra di Jtunheim". Non desiderava affrontare altri esseri della razza di Skrymir, creature la cui forza era a prova degli di persino nel sonno, ma non aveva altra scelta:
era il guardiano di Midgard e la salvezza dei suoi abitanti era affidata a lui. "Nella foresta troverete un fiume" replic Skrymir. "Seguitene il corso e prendete il sentiero che dopo la seconda curva si dirige a est. Arriverete cos alla casa dei miei fratelli dove, se ne avrete il coraggio, potrete entrare. La mia strada va in un'altra direzione. Non ci incontreremo mai pi". E senza aggiungere altro, il gigante si alz e con pochi passi oltrepass la pianura diretto a nord. Thor e compagni procedettero a passo svelto. Allo scoccare di mezzogiorno, raggiunsero la volta della grande fortezza di Jtunheim, dove salutarono il gigante seduto davanti al castello. Il gigante era un essere vecchio quanto la brina, la nebbia e il ghiaccio. I capelli e la barba erano argentei, la pelle raggrinzita era grigia, mentre gli occhi erano ormai privi di colore. Parl con voce stanca e affaticata, ma il tono era conciliatorio. Invit i quattro forestieri nel suo palazzo, li present agli immensi guerrieri che costituivano la sua corte e li festeggi con tutti gli onori dovuti al loro rango reale.
Abbondante e rumoroso, il banchetto riflett la tradizione
di quei tempi; ma nonostante l'allegria che li circondava, i quattro ospiti non erano tranquilli. Quando i calici erano ormai stati svuotati svariate volte, i giganti sfidarono i forestieri in una gara di forza; non uno scontro fisico, bens uno scontro all'ultima goccia. La prima gara consisteva infatti nello stabilire chi riusciva a ingollare pi liquido in una sola sorsata. Thor, forte dell'abilit degli di, rappresent i quattro forestieri, ma perse. La seconda gara era volta a stabilire chi riusciva a mangiare di pi.
Tocc a Loki cimentarsi nell'impresa; ma come Thor, anche lui perse. La terza fu una gara di velocit e Thialfi, il giovane umano, venne sconfitto. La sala risuon delle risate dei giganti e davanti alla forza di quelle creature, persino Loki tenne a freno la sua lingua tagliente.
Al mattino, il re dei giganti accompagn gli ospiti alle porte della fortezza,
procedendo a piccoli passi per restare accanto ai visitatori.
Quando giunsero sul sentiero, Thor si volt verso il gigante e disse: "Sire, noi non conoscevamo il vostro potere. Abbiamo fallito e ora mi rendo conto di tutti i pericoli in cui incorrono coloro che devo proteggere". Sul volto del re apparve un sorriso stanco. "Se avessimo conosciuto la tua forza" afferm rivolgendosi a Thor "non avresti mai oltrepassato queste mura, n mai le oltrepasserai ancora, poich la nostra vita  nelle tue mani. Sei stato sconfitto attraverso l'inganno, cos che non potessi renderti conto della tua forza e non potessi nuocerci". Il vecchio gigante vacill, i tratti del suo volto mutarono e apparvero la barba rossa e gli occhi penetranti di Skrymir. Il re dei giganti, che era stato la loro guida, raccont quindi di come avesse tentato Thor spingendolo a prendere in mano il martello e di come, attraverso la magia, avesse nterposto uno scudo di roccia fra la sua testa e l'arma. Spieg inoltre a Thor che il corno dal quale aveva bevuto attingeva acqua dal mare e nel momento in cui il dio vi aveva appoggiato le labbra, il livello dell'acqua si era abbassato; svel che il gigante che aveva sconfitto Loki era in realt fuoco dalle sembianze di gigante e che l'avversario di Thialfi era in realt il pensiero incarnato del re dei giganti.
In risposta, Thor estrasse il martello. La mazza brill alla luce del sole, ma mentre il dio lo sollevava, il gigante scomparve. Le pareti della fortezza scintillarono, e come neve al sole, il castello sembr sciogliersi; al suo posto apparve una lussureggiante vallata. Avendo scoperto la forza della nuova razza e desiderando proteggere la sua stirpe da Thor e dai suoi simili, il re dei giganti aveva fatto calare un velo invisibile sul suo mondo.
Cos, l'antica razza continuo a vivere esiliata nel nord e le voci su quella regione e i suoi temibili abitanti oltrepassarono i confini di Midgard ed entrarono a far parte dei racconti del genere umano.
Grammaticus, storico danese del XII secolo, scrisse che i giganti erano mostri pelosi, capaci di cambiare forma e dimensioni. Fra le brulle montagne dell'Utgard vivevano inoltre dei giganti dalla testa e dal cuore di pietra, creature che combattevano con spade e scudi di roccia. Sparsi fra le montagne del nord si trovavano invece dei vulcani utilizzati come luogo di sepoltura dei giganti di fuoco.
La regione di Utgard era ricoperta da una fitta foresta chiamata Iarnvith, o "foresta di ferro", e all'ombra degli alberi, celati dalle nebbie incantate, vivevano malvagi giganti dai nomi inquietanti quali Vitholf (Lupo della Foresta) e Weiderich (Signore della Foresta).
Persino le acque gelide che bagnavano le coste di Utgard erano pericolose. Giganti affamati si nascondevano nel mare in attesa delle navi che affondavano durante le burrasche invernali. I racconti, a volte distorti, spesso contraddittori, sempre spaventosi su queste misteriose creature, bastavano per tenere la popolazione di Midgard lontana dalle distese selvagge di Utgard.
Allo stesso modo, era raro che i giganti si avventurassero nella terra degli umani, poich sebbene fossero forti e conoscessero le arti magiche, erano mortali quanto gli uomini. La loro fine si avvicinava e sarebbero stati gli dei immortali di Asgard, protettori degli uomini, a decretare la loro scomparsa. Il valore e il coraggio degli dei all'apice del loro potere era tale che, in contrasto con la leggenda di Thor e Skrymir, riuscivano sempre ad avere la meglio sui giganti.
Un esempio ne  la storia di Thiassi, un gigante di ghiaccio particolarmente abile nell'assumere sembianze animali. A differenza dei suoi simili, Thiassi oltrepassava spesso le alte montagne che dividevano la sua terra da Midgard, sfidando i forti venti sotto forma di un'enorme aquila. Dalla vista acuta e gli artigli taglienti, era un predatore formidabile. Nella sua arditezza, giunse persino a sfidare il potere degli dei, sebbene dovette poi pentirsi di tanta audacia.
Il dio che Thiassi scelse di sfidare fu Loki, che il gigante vide vagabondare nel mondo dei mortali. Dall'alto, Thiassi spi il dio mentre arrostiva un bue e, senza pensarci due volte, si lanci in picchiata e s'impadron del ghiotto spuntino. Il gigante non aveva per tenuto in considerazione la prontezza di riflessi di Loki. Con la velocit di un lampo, quest'ultimo afferr la lancia e l'affond fra le piume di Thiassi.
L'aquila gemette per il dolore, ma trov la forza di pronunciare un incantesimo affinch la lama rimanesse ben salda nella sua carne e le mani di Loki restassero attaccate alla lancia. Con il dio prigioniero, Thiassi si lev in volo.
Sorvol le foreste di Midgard, ondeggiando al vento e distorcendo le braccia del dio. All'improvviso si abbass per trascinare Loki fra i rami degli alberi e poi ancora pi in basso per immergerlo nelle acque gelide dei laghi montani e trascinarlo nuovamente sulle colline ricoperte di ginestre. Il gigante si ferm soltanto quando Loki grid che avrebbe fatto qualsiasi cosa per riottenere la libert.
"Portami le mele di Idun" ordin Thiassi, e lasci Loki all'estremit del ponte di arcobaleno che conduceva alla terra degli di.
Thiassi aveva un piano preciso e particolarmente astuto. Idun era una dea bella quanto la vita e suo compito era sorvegliare le preziose mele che donavano agli di l'eterna giovinezza. Se un gigante avesse mangiato quelle mele avrebbe conquistato l'immortalit; inoltre, la da stessa era un premio per il quale valeva la pena battersi.
Loki, che non conosceva la lealt e non aveva un grande rispetto per quelli della sua specie, fece come gli era stato comandato. Quando ebbe trovato la da, le raccont che in un boschetto di Midgard erano state trovate delle mele dorate, perfette per accompagnare quelle custodite dalla da.
Non sospettando l'inganno, Idun prese il suo tesoro e segu Loki nel mondo degli umani, dove Thiassi era in attesa. Appena vide la da, l'aquila l'afferr con gli artigli e si sollev in volo, scomparendo fra le nuvole, diretta al suo rifugio fra le montagne. Loki torn ad Asgard senza rivelare nulla del suo tradimento.
Il furto venne tuttavia subito notato. Privati delle mele che donavano loro la vita, gli di iniziarono a invecchiare, tuttavia, il servo di Heimdall il Bianco, guardiano degli di e da sempre nemico di Loki, aveva visto quest'ultimo "al lavoro". Quando il servo raccont ci a cui aveva assistito, gli di ordinarono a Loki di cercare Idun e di riportarla sana e salva a casa.
 Loki rifiut: aveva gi sperimentato la forza di Thiassi. Gli di minacciarono allora di sottoporlo alla terribile punizione dell'aquila. Si trattava di una tortura utilizzata abitualmente a Midgard nei sacrifici: la vittima veniva legata con il viso volto verso il tronco di un albero; quindi, una dopo l'altra, le costole venivano liberate dalla carne che le rivestiva sulla schiena e infine venivano sradicate lateralmente alla spina dorsale per formare delle "ali". Spaventato da una simile prospettiva, a Loki non rest altro che chinare il capo e ubbidire agli di, che lo trasformarono in falco.
Salito nel cielo, Loki sorvol Bifrost, oltrepass le ampie distese di Edgard e raggiunse infine le montagne. Per tutto il giorno si aggir fra i picchi montani, scrutando con occhio di falco burroni e dirupi alla ricerca della tana di Thiassi. Al tramonto, scopr l'ingresso di una caverna fra i picchi delle montagne dei giganti. Un filo di fumo usciva dall'entrata della grotta.
Il falco vir e piomb nella grotta. L trov Idun, ma di Thiassi non c'era traccia. Loki mormor una formula magica e la da, con le mele in mano, venne trasformata in una nocciola. Con delicatezza, Loki la raccolse col becco e si lanci in volo verso sud.
Come una freccia nel cielo ormai oscuro, il falco sorvol le distese di Midgard. Dietro di lui un grido riemp l'aria: Thiassi lo aveva visto e si era lanciato all'inseguimento.
Loki punt verso il pallido bagliore di Bifrost, dove il ponte s'inarcava nel cielo lontano. Dietro di lui, l'aquila lanci un altro grido di battaglia, sbattendo con forza le ali immense. Di dimensioni maggiori rispetto al falco, Thiassi raggiunse presto Loki e acquist quota per poi potersi lanciare sulla preda.
Il falco raggiunse il ponte luminoso e vol lungo i suoi archi fino alle porte di Asgard. Gli di lo stavano aspettando, visibilmente pi vecchi e deboli di quando Loki li aveva lasciati. Il dio riacquist le sembianze di uomo e anche Idun torn a essere la splendida fanciulla di sempre. Sfinito, Loki lanci un grido di avvertimento, ma fortunatamente gli di avevano gi avvistato l'aquila ed erano pronti a riceverla. Thiassi si lanci in picchiata verso le porte di Asgard, gli artigli pronti a colpire.
Non pot fare niente. Gli di buttarono centinaia di torce incandescenti sulle sue ali e le piume dorate presero immediatamente fuoco. Thiassi croll sul suolo di Asgard. Gli di si gettarono su di lui, colpendolo e pugnalandolo fra le fiamme fino a quando del gigante non rimase che una massa informe di carne e ossa bruciate.
Mentre il loro potere svaniva, i giganti mantennero comunque qualcosa di primi signori della terra.
Sebbene diminuissero di numero e dimensioni, in loro restarono tracce dell'antica e fiera dignit di quando erano i padri di tutte le creature della terra.

GLI EREDI DEL PRIMO MONDO.

I primi giganti erano veri figli dei cieli, sorti dalle nebbie del caos all'alba della creazione. Secondo le antiche credenze norrene, la prima creatura a comparire sulla terra fu Ymir,
il gigante di ghiaccio nato quando, in seguito alla guerra fra i regni nemici del fuoco e del ghiaccio, alcune scintille erranti sciolsero una distesa di ghiaccio e le diedero vita. Da Ymir ebbe origine un'intera stirpe di giganti di ghiaccio, dai quali nacquero gli di. Quando fu il momento, l'ormai anziano progenitore di tutte le creature viventi venne sacrificato per creare gli universi della terra, del mare e del cielo. Molti e diversi furono i giganti discendenti di Ymir, ma tutti, come illustrano le pagine seguenti, giunsero alla fine per mano degli di, del destino o degli esseri umani.

 Colonna dei cieli.
Come punizione per essersi ribellato agli di dell'antica Grecia, il Titano Atlante venne trasformato in una colonna vivente. Con le sue possenti braccia sosteneva il manto stellato per impedirgli di cadere e schiacciare cos
la fragile terra. Il suo nome rifletteva perfettamente tale compito, poich il significato di Atlante era "resistente".

Il colosso russo.
Syvatogor, un temibile gigante, era cos pesante che le paludose pianure del suo paese non avrebbero potuto reggerne il peso; per questo era obbligato a vagare fra le granitiche montagne russe. Quella di Syvatogor  una storia triste, cos come triste fu la sua fine. Accompagnato da un amico umano, trov una
gigantesca bara e, ridendo, ci si chiuse dentro. Nessun mortale fu per in grado di sollevare il coperchio della bara immensa.

 Il mercante di morte orientale.
Nell'antico Giappone, nessun bandito era pi temuto del terribile orco Shutendoji, che rapiva
fanciulli innocenti e li divorava. Finalmente, Raiko, un coraggioso guerriero, segu il gigante fino al suo rifugio vicino a Kyoto e astutamente drog il suo vino. Quando il gigante si addorment, il guerriero gli tagli la testa.

Il guardiano.
Nei tempi antichi, alcuni giganti avevano il compito di custodire preziosi tesori. Cos, la testa incantata di un gigante, separata dal tronco ma ancora in vita, giaceva su un campo di battaglia in Russia a guardia di una spada magica. Il coraggioso eroe Ruslan colp
la testa a morte e quindi la fece rotolare lontano per potersi impadronire della spada, che gli sarebbe servita per combattere le forze del male.


Capitolo Due.
PROTETTORI E BENEFATTORI.

Le rovine di epoche remote erano cosa comune per i pescatori del Somerset e del Devon. Oltre i villaggi costieri torreggiavano i promontori di Exmoor, una regione selvaggia battuta dai venti che in tempi antichi, era stata parte del regno celtico di Dummonia. Nella brughiera ricoperta di erica e sui pendii boschivi si ergevano i resti delle antiche fortezze, ormai rivestiti di muschio e circondati da lavori di sterro. Le case circolari dei Celti erano ormai poco pi che ammassi di pietre e i loro antichi abitanti giacevano sotto tumuli di terra, le ossa adornate con collane d'oro e bracciali di bronzo. Un testimone di quell'epoca, un gigante, percorreva una collina ricoperta di querce, faggi e agrifogli dove regnavano pace e tranquillit. Ai piedi della collina di Grabbist si trovava Dunster, un villaggio sovrastato da un grazioso castello e attraversato da un fiume. Dalla sommit della collina si vedevano le acque del canale brillare in lontananza.
Gli abitanti di Dunster parlavano con affetto del gigante di Grabbist. Anziano e solitario, egli non faceva alcun tentativo per conoscere gli umani ma, dall'alto dove viveva, sorvegliava il villaggio e la brughiera circostanti. Se i bambini lo salutavano, il gigante rispondeva agitando la mano, muovendo cos una leggera brezza che asciugava la biancheria stesa davanti alle case.
La presenza del gigante era sinonimo di protezione. Nessun ladro osava avvicinarsi ai greggi e alle mandrie del villaggio e nessun bandito si aggirava furtivo per le vie del paese al calare dell'oscurit. Quando era necessario, il gigante agiva meglio di una sentinella, come testimoniano numerose leggende del Somerset.
Ilijah Crowcombe tocc con mano la bont del gigante. Una mattina, in compagnia di altri due uomini, Crowcombe lasci il porto del villaggio diretto in alto mare. 11 sole splendeva e le poche nuvole che punteggiavano il cielo non sembravano certo minacciose. La barca del pescatore, come quelle di tutti gli abitanti della zona, era a remi, poich soltanto quel tipo di imbarcazione poteva essere controllata in quelle acque sempre lievemente increspate.
La barca di Crowcombe, la Torcas Jane, era vecchia e, a causa dell'incuria del suo proprietario, molto malridotta.
Quel giorno, Crowcombe e il suo equipaggio videro la morte da vicino. Si trovavano a diverse miglia dalla costa quando una massa di nuvole nere si addens all'orizzonte. Appena si resero conto dell'avvicinarsi della tempesta, i tre pescatori invertirono la rotta e iniziarono a remare come forsennati. In pochi minuti il cielo si oscur. La burrasca colp come un martello invisibile, accecando gli uomini con spruzzi e scrosci d'acqua e sballottando la piccola imbarcazione sui cavalloni. L'acqua entrava da ogni buco e il mare impazzito strapp un remo, trascinandolo lontano.
Improvvisamente, in quell'inferno d'acqua apparve una mano gigantesca, che afferr la barca e la sollev oltre le onde. Apparve anche un'altra mano, che si allung sui pescatori per proteggerli dalla furia della tempesta. In quel caldo rifugio, ebbe inizio il viaggio di ritorno dei tre pescatori. Giunti nelle acque tranquille del porto, il gigante pos la barca sul mare, quindi si inginocchi sul promontorio, dove rest fino a quando i tre uomini non ebbero trascinato l'imbarcazione sulla riva. Soddisfatto perch nemmeno un cesto di pesci era andato perduto, il gigante si alz e si allontan in direzione di Exmoor.
Nessuno sa con precisione per quanto tempo il gigante si prese cura di Exmoor e dei pescatori del Somerset. Un giorno, semplicemente, scomparve agli occhi umani.
Il gigante Grabbist fu l'ultima manifestazione di un'antica verit. I colossi non erano creature malvagie, cos come non furono sempre nemici delle razze che li sconfissero e decretarono la loro fine.
Antenati degli di e degli uomini, erano anch'essi parte della creazione e custodi di un'antica saggezza.
Solo quando raggiunsero il potere, gli di norreni capirono il valore della razza dei giganti. Questi vivevano isolati nella terra di Utgard ai margini del nuovo mondo e fra loro e gli di non correva buon sangue; tuttavia, venivano rispettati e onorati come parte del legittimo ordine delle cose.
Quanto detto divenne palese quando gli di vennero colpiti da una terribile tragedia e il dolore di tutte le creature scosse le fondamenta della terra. Quella tragedia fu la morte di Balder, e questa  la sua storia.
Figlio di Odino, padre di tutti gli dei, Balder era amato e rispettato da tutta la comunit per la sua gentilezza d'animo, la dialettica, l'equit e l'incredibile bellezza. Negli anni della fanciullezza, Balder era stato assalito da sogni premonitori sulla sua morte e, in sua difesa, gli di avevano strappato un giuramento a tutte le creature della terra, del cielo e del mare: nessun animale, nessuna pianta e nessun evento avrebbe mai ferito il pi affascinante e leale degli dei. Tutti avevano giurato, a eccezione del vischio, al quale non era stato chiesto di dare la sua parola in quanto comparso da poco sulla terra e ritenuto quindi troppo giovane per poter essere fonte di preoccupazione.
Cos, il pi dotato di tutti gli di ottenne l'invincibilit; per i compagni, sicuri della sua invulnerabilit, attaccarlo in tutti i modi divenne addirittura un gioco. Soltanto uno degli di si manteneva in disparte: Loki, il dio ingannatore, colui che odiava tutto ci che era bello e amava ci che causava dolore. Dopo aver scoperto che il vischio avrebbe potuto provocare la fine di Balder, ne strapp un ramo per farne una lancia. Con un inganno, convinse Hoder, il fratello cieco di Balder, a lanciare l'arma e offr il suo aiuto per guidare la mano del giovane dio. Cos Balder venne ucciso.
Il mondo pianse, a eccezione di Loki, che scomparve misteriosamente. Gli di portarono il corpo di Balder sulla riva del mare dove Ringhorn, la grande nave da guerra di Balder, aspettava per accompagnare il dio nel suo ultimo viaggio.
Ogni rappresentante del cielo e della terra partecipava a quel triste momento. Accanto a Odino erano schierate le Valchirie, divinit della guerra; Frey, dio del sole e della pioggia, era l, imponente nel suo cocchio trainato da un cinghiale dal vello d'oro.
Accanto a lui, su un cocchio tirato da gatti, sedeva la sorella Freya, da dell'amore. Intorno a loro e agli altri di si era riunita una folla di gnomi ed elfi e infine, dietro a questi ultimi, giunsero i giganti di ghiaccio, circondati da nuvole di neve, e i giganti di pietra di Utgard.
La gigantessa Hyrrokin spinse l'imbarcazione in mare e vi rest accanto in attesa che il corpo di Balder venisse deposto sul catafalco. In quel suo ultimo viaggio, il dio non sarebbe stato solo, poich accanto a lui riposava la moglie, morta per il dolore. Quando tutto fu pronto, Odino, signore degli di, sussurr alcune parole all'orecchio del figlio morto. Infine, la nave, carica dei beni del defunto, venne incendiata e, spinta verso l'immensit dell'oceano, scomparve in un incandescente anello di fuoco.
Da quel momento, la vecchia inimicizia fra di e giganti si acu, poich questi ultimi possedevano qualcosa che gli di desideravano ardentemente: come membri pi anziani della creazione, la loro conoscenza era infinita e in questo era contenuto il loro potere.
Parte della loro saggezza era stata originata dalle radici di Yggdrasil, l'immenso albero invisibile i cui rami si allungavano nei cieli e le cui radici penetravano nella terra fino alle profondit degli inferi. Una delle radici, che scorreva sotto la terra dei giganti, dava riparo a una sorgente le cui acque donavano a chi le beveva la capacit di vedere la natura delle cose. La sorgente era custodita dalla testa del gigante Mimir, decapitato dagli di durante una battaglia ma riportato alla vita da Odino, desideroso di carpirne i segreti. Odino baratt un occhio per poter bere un solo sorso dell'acqua della sorgente. Cos facendo, assorb parte della conoscenza e della saggezza universali.
Tuttavia, il signore degli di non era ancora soddisfatto. Parte del sapere universale era infatti contenuto nelle rune, o simboli magici, conosciute soltanto dai giganti. Ricorrendo a svariati espedienti, Odino venne a conoscenza di quei misteri. La sua ricerca della saggezza lo spinse addirittura a impiccarsi a un albero e a trafiggersi il fianco con una lancia per intraprendere un viaggio nel regno della morte e comprenderne i pi arcani segreti.
Per nove notti, il dio rest appeso all'albero, alla merc di venti e bufere.
Infine, mor ululando. Quando per l'ardua prova giunse a compimento, Odino risorse dai morti come Padre delle Arti Magiche e Signore del Patibolo, avendo udito nove canzoni dei giganti e appreso le formule magiche per vincere il dolore, curare le malattie, smussare le spade dei nemici, liberarsi delle catene, bloccare il volo delle frecce, spezzare gli incantesimi del maligno, sradicare l'odio dalla mente degli uomini, calmare il mare in tempesta, svelare i nomi segreti degli di e degli elfi, catturare il cuore delle donne e conquistare la loro fedelt. In molti pensarono che l'albero al quale Odino si impicc fosse Yggdrasil, che trasse il suo nome dall'arduo cimento del signore degli di. Yggdrasil significava infatti "il cavallo del terribile": nelle regioni del nord, le forche venivano chiamate "cavalli", e "il terribile" era uno dei nomi di Odino.
Quest'ultimo ricorse anche ad altri mezzi per strappare ai giganti i loro segreti. Una volta, si rec a Utgard sotto mentite spoglie per ingannare il gigante Vafthrudnir e comprendere i misteri legati all'inizio e alla fine del mondo. Non riconoscendo il dio, Vafthrudnir si lasci trascinare in una gara di arguzia. La posta in gioco era alta: ciascun contendente si giocava la vita. Dal canto suo, il gigante si sentiva sicuro del suo sapere illimitato.
Conosceva infatti tutte le rune degli di e degli uomini e aveva visitato lui stesso la terra dei morti. Pensando di poter sconfiggere il suo avversario al primo tentativo, invit Odino a elencargli i nomi segreti delle grandi cose (per esempio, dello stallone che trascinava in cielo la luce del giorno). Quel nome era
Skinfaxi e Odino lo conosceva. Il gigante domand altri nomi e il dio non ne sbagli uno. Giunse cos il turno di Odino.
Da Vafthrudnir, Odino venne a sapere come la terra, il cielo e il mare fossero stati creati dalla carne, dalle ossa e dal sangue del gigante Ymir. Impar i nomi dei padri della luna e del sole, dell'inverno e dell'estate.
Scopr che i venti venivano generati dall'aquila Hraesvelg (chiamata la Mangiatrice di cadaveri perch divorava i morti) che, seduta ai margini del cielo, sbatteva le ali muovendo cos l'aria intorno.
Odino scopr inoltre ogni particolare su Ragnark, "il destino degli di". La discordia fra gli di (quel tipo di discordia che aveva portato alla morte di Balder) avrebbe sollevato le nevi e i venti. Nel corso di un inverno lungo tre anni, la terra sarebbe stata inghiottita dal mare. Tutti gli di e gli uomini sarebbero morti e il fuoco che si sarebbe sprigionato dalla terra affondata avrebbe distrutto il mondo. Soltanto due creature sarebbero sopravvissute a quella terribile catastrofe: un uomo di nome Lif e una donna di nome Lifthraser; nascosti nel grande frassino Yggdrasil, si sarebbero salvati per ricominciare dall'inizio e ripopolare il mondo.
Odino venne a sapere tutte queste profonde verit dal gigante Vafthrudnir e, quando la sua sete di conoscenza fu finalmente appagata, pose una domanda alla quale il gigante non avrebbe saputo rispondere. Che cosa aveva sussurrato il padre degli di all'orecchio del figlio Balder quando il corpo di quest'ultimo giaceva sul catafalco? Il gigante non pot fare altro che ammettere la sua sconfitta, poich nessuno, a esclusione del padre del dio defunto, conosceva quelle parole. Tenendo fede alla parola data, Vafthrudnir si uccise.
Cos, secondo i racconti norreni, il dio Odino, padre degli uomini e degli di, strapp all'antica razza dei giganti la loro suprema conoscenza, rafforzando la propria e innescando quel meccanismo che avrebbe portato al declino e poi alla scomparsa dei giganti.
Col passare dei secoli e il diffondersi della civilt umana, le apparizioni dei giganti divennero infatti sempre pi rare. Tuttavia, quella razza non si estinse mai completamente, cos come non scomparvero totalmente gli aspetti saggi e benevoli della sua personalit, come dimostrano svariati racconti.
La maggior parte di queste leggende, come quella di Grabbist, narrano di giganti che vivevano in solitudine e che entrarono nella vita degli uomini solo per brevi periodi. Accadde anche che alcuni di essi diedero in dono agli esseri umani parte della loro conoscenza.
A volte, i giganti rivestivano il
ruolo di protettori dell'abbondanza e della fecondit. In Carinzia, una provincia dell'Austria ricca di segale e frumento e ricoperta di frutteti, sfuggenti giganti di montagna sorvegliavano le messi e assicuravano un buon raccolto. Nella foresta boema viveva una gigantessa di nome Mordion che appariva accanto alle donne nei dolorosi momenti del travaglio e, dopo averle aiutate a mettere al mondo i loro piccoli, scompariva silenziosamente come silenziosamente era venuta.
Spesso, le offerte dei giganti agli uomini erano in proporzione alla loro immensa mole. Narra una leggenda che un giorno i giganti della provincia svedese di Halsland, non lontano dal confine norvegese, scesero dalle montagne e si diressero nei campi delle pianure per far pascolare il loro bestiame, o cos dedussero gli uomini quando trovarono i campi solcati e spianati da zoccoli enormi. Per tutta l'estate e l'autunno di quell'anno i contadini non fecero altro che lamentarsi per quell'invasione, temendo che il bestiame avrebbe sofferto la fame nel corso dell'ormai incombente inverno. I loro timori si rivelarono tuttavia infondati, poich i giganti restituirono quanto avevano preso. I contadini scoprirono infatti che ogni covone di fieno raccolto durante l'autunno era triplicato di volume: si trattava indubbiamente di una magia dei giganti.
In Islanda, i pescatori mormoravano di giganti e orchi, chiamati trolls, che vivevano sulle colline brulle e sulle montagne battute dai venti. Quelle creature riempivano di terrore gli esseri umani, sebbene agissero da protettori. Durante un inverno particolarmente rigido, per esempio, un piccolo insediamento di pescatori venne letteralmente circondato dal ghiaccio, impedendo agli uomini di uscire con le barche. Ben presto, l'ombra della morte si allung su tutti gli abitanti. I bambini divenivano sempre pi deboli e morivano di fame, mentre gli adulti erano in preda alla pi nera disperazione. La loro tragedia non era tuttavia sfuggita agli occhi dei giganti. Un giorno, gli abitanti del villaggio videro una forma ondeggiare su una vetta vicina, come se una parte della terra avesse preso vita. Si trattava della moglie di un gigante troll, che parlava con voce tonante.
Invoc: "Creature che tutto potete! Creature che tutto potete, salvate questa gente. Lasciate che i pesci vadano a loro". La gigantessa invocava i propri di, o forse si rivolgeva semplicemente al mare. In ogni caso, la sua preghiera venne esaudita. Il giorno successivo, una grande balena giaceva sul ghiaccio che ricopriva il porto del villaggio. La carne, il sangue e il grasso dell'animale fornirono ai pescatori il nutrimento e il combustibile necessario per sopravvivere fino all'arrivo della primavera e al conseguente disgelo. Quegli uomini non videro mai pi la gigantessa ma la loro gratitudine fu eterna.
La maggior parte dei racconti sui giganti buoni sono brevi quanto questo, tuttavia sono giunte fino a noi storie di giganti che ebbero pi di un fuggevole rapporto con gli esseri umani, giganti che erano sovrani di intere nazioni, eroi, maestri e padri delle loro genti.
Alcune di queste leggende provengono dall'Armenia, paese situato sul mar Nero, che nei secoli conobbe la ferocia di molti invasori (Assiri, Persiani, Greci, Romani, Unni e Arabi). Pi di ogni altro popolo, gli Armeni avevano bisogno di protezione. Loro primo eroe e capo fu Hayk, un bellissimo colosso ritenuto discendente di No che guid le trib armene da Babilonia alle loro montagne. Da lui, gli Armeni trassero il loro primo nome: si chiamarono infatti Hay e battezzarono la loro terra Hayastan. Nei tempi antichi questo popolo venne guidato da Davide di Sassoun, gigante figlio di un altro
gigante che per decenni respinse gli eserciti invasori di Egitto e di Persia. I racconti descrivono questo eroe come un essere spavaldo, un guerriero esuberante dagli appetiti insaziabili e dal carattere irascibile. Raggiunta la vecchiaia, David scopr che il figlio, anch'egli un gigante, possedeva una forza superiore alla sua. Durante una lite, maledisse il figlio e lo condann alla sterilit. Cos facendo, pose fine alla stirpe di giganti che avevano regnato in Armenia. David mor infine per mano della figlia, nata dall'incontro con una maga che aveva sedotto e poi abbandonato. La ragazza lo uccise con una freccia avvelenata mentre faceva il bagno in un fiume.
Un'altra affascinante leggenda narra la storia di un antico re di Britannia, un gigante che proteggeva la sua gente anche dopo la morte.
Si trattava di Bendigeidfran, o "Bran il Benedetto" e in lui pi che in altri giganti della sua epoca sembrava vivere parte dell'essenza degli antichi di. Bran visse all'epoca dei Celti. Figlio di Penarddun, principessa figlia di Beli, primo dei sovrani gallesi, Bran eredit il trono da parte di madre.
Bran aveva una sorella, Branwen, una donna di dimensioni umane e
di incomparabile bellezza, e un fratello, Manayddan, anch'egli alto come gli uomini. I tre venivano chiamati i Figli di Llyr, poich il loro padre era ritenuto un dio del mare (Llyr in gallese) o forse il mare stesso. Da un mortale, Penarddun aveva avuto due gemelli, Nissyen e Evnissyen. In una bella mattina di primavera, Bran sedeva fuori dai bastioni di legno e pietra della sua fortezza a Harlech, lungo la costa nordoccidentale del Galles, impegnato in una riunione col fratello Manawyddan. Era infatti sua abitudine unirsi con i consiglieri all'aperto, poich nessuna sala era sufficientemente grande per contenerlo. Per un certo periodo, i fratellastri dei due uomini, i gemelli figli di Penraddun, restarono con loro. Evnissyen era un uomo malvagio, egoista e sempre alla ricerca della lite. Cosa che probabilmente ottenne quel giorno, poich si allontan dai fratelli in preda all'ira e, saltato a cavallo, si diresse verso le proprie terre.
Sospirando, il fratello Nissyen chiese al re il permesso di congedarsi e part all'inseguimento del fratello, sperando di poterlo calmare.
Bran non comment lo spiacevole incidente. Era cos abituato agli scoppi d'ira di Evnissyen che non vi faceva pi caso. Sizlimit a continuare la conversazione con Manawyddan, mantenendo lo sguardo fisso su qualcosa che i comuni mortali non potevano ancora vedere: le bianche vele di navi sconosciute che si avvicinavano da ovest.
Quando finalmente le vedette le avvistarono e diedero l'allarme, le navi
erano molto pi vicine. Mentre i corni suonavano e i guerrieri gridavano, Bran rest imperturbabile. Aveva visto lo scudo rovesciato issato sull'albero della nave ammiraglia, segno che gli stranieri venivano in pace. Imponendo il silenzio, ordin ai messaggeri di raggiungere la spiaggia e di parlare con i visitatori prima che questi ultimi sbarcassero sul suolo gallese.
Cos Bran scopr che la flotta era guidata da Matholwch, re d'Irlanda, recatosi da lui in missione diplomatica: cercava infatti un alleato e per sancire tale unione chiedeva la mano di Branwen, figlia di Llyr.
Alla notizia, un mormorio si lev fra i presenti. Figlia del mare, Branwen portava il titolo di Progenitrice di Britannia. Era il tesoro dell'isola della Potenza, cos veniva chiamata la Britannia e possedeva parte dell'inviolabilit del fratello gigante. Dopo un attimo di esitazione, Bran parl. "Mi sembra una buona idea" disse ai suoi uomini. Quindi si rivolse agli irlandesi: "Benvenuti nel nostro paese. Scendete a terra e insieme discuteremo la questione".
Le navi raggiunsero la riva. Mentre i guerrieri irlandesi ammainavano le vele, Matholwch raggiunse la spiaggia. Era un uomo, non un gigante, ma il suo aspetto era bello e imponente: alto e dall'andamento fiero, aveva capelli castani e l'espressione del viso era quella di un uomo aperto e sincero. Il suo mantello era chiuso da un fermaglio d'ambra e argento. Intorno al collo portava una collana d'oro ritorto, un monile che solo i re potevano indossare. Sollevando il capo,
osserv attentamente i bastioni della fortezza di Bran, mentre dietro di lui, i lucenti cavalli irlandesi dai finimenti smaltati, scendevano dalla nave e raggiungevano la spiaggia.
Quell'uomo era certamente uno sposo degno di Branwen, il fiore di Britannia, come fu immediatamente chiaro a tutti i presenti. Sebbene durante il consiglio ci fu chi parl del pericolo di lasciare andare la fanciulla a vivere in una terra straniera, la condotta di Matholwch fu cos corretta e le sue parole cos generose che Bran, Manawyddan e gli altri consiglieri si convinsero della sincerit del re irlandese. Inoltre, il matrimonio avrebbe portato significativi vantaggi pratici: l'unione fra l'Irlanda e la Britannia avrebbe infatti rafforzato entrambi i regni. L'offerta di matrimonio venne cos accettata. Branwen, da parte sua, quando vide l'affascinante re che aveva solcato il mare per chiederla in sposa, se ne dichiar lieta.
Le formalit vennero sbrigate con grande sollecitudine. Insieme alla sorella e alla sua corte, Bran part per quella che oggi  Anglesey ma che un tempo era conosciuta come Mn, Mam Cymru o "Madre del Galles". L'isola era un luogo sacro, un santuario per i sacerdoti britannici, sede suprema dei re e luogo di sepoltura dei grandi sovrani.
Gli irlandesi, viaggiando per mare, incontrarono i britannici sull'isola, dove festeggiarono insieme a Bran e al fratello Manawyddan. Quella notte, Branwen si coric accanto a Matholwch divenendo cos regina d'Irlanda.
Evnissyen, il fratellastro di Bran, fu l'unico signore britannico a non partecipare ai festeggiamenti, poich era rimasto isolato nei suoi possedimenti. Tuttavia, appena gli giunsero voci su ci che stava accadendo ad Anglesey, part immediatamente alla volta dell'isola. Essendo un uomo malvagio, non and a onorare i re e non entr nemmeno nelle loro tende. La notte del suo arrivo, si diresse verso i recinti dove si trovavano i cavalli irlandesi. Chiacchierando con gli stallieri venne a sapere del matrimonio della sorellastra con il re irlandese e del trattato concluso con l'Irlanda. Nessuno si era degnato di chiedere la sua opinione.
Un'ira cieca e selvaggia si impadron di lui. Come avevano osato trattarlo in quel modo? Senza pensarci due volte, si lasci andare a ci che gli dava pi piacere: la rabbia e il dolore. Sguain la spada e uccise gli stallieri. Quindi si lanci sugli animali che, mutil senza piet tagliando loro la lingua, le code e strappando loro gli occhi.
I nitriti degli animali svegliarono l'accampamento e irlandesi e britannici si precipitarono sul prato insanguinato, dove trovarono Evnissyen ansimante, il coltello ancora in mano e un sorriso di trionfo sul viso. I suoi connazionali si lanciarono su di lui e lo trascinarono via. Per evitare lo scoppio di una battaglia, Bran e Matholwch richiamarono i rispettivi guerrieri e si ritirarono nelle tende, lasciando un paio di uomini a porre fine alla sofferenza dei cavalli mutilati.
Matholwch non rivolse parola alla moglie e ordin ai suoi uomini di condurla alla tenda di Bran. Quando Branwen cerc di interrogarlo, l'uomo volse il capo. Non poteva parlare alla donna britannica, poich la tortura dei cavalli era un sacrilegio di tale gravit che ci sarebbero voluti secoli per lavare la macchia. I Celti, sia irlandesi che britannici, erano famosi per i loro allevamenti di cavalli e la forza della loro cavalleria era alquanto rinomata. Per loro, il cavallo era molto pi che un animale da montare; era una divinit, un animale figlio del sole. A volte le divinit celtiche si manifestavano in forma di cavallo, e la da della fertilit era chiamata Epona o Cavallo divino".
Il cavallo era cos infuso di poteri elementari che a differenza degli altri animali veniva utilizzato nei sacrifici in occasioni rare e particolari. Per esempio, non veniva seppellito come compagno di un defunto. Nel XII secolo, tuttavia, stando a quanto riportato da Gerardo del Galles, le trib dell'Irlanda del nord, che si ritenevano discendenti dei cavalli, consacravano i loro re seguendo un curioso rituale. Il re si univa pubblicamente a una giumenta bianca, che diveniva cos sovrana del regno, al quale assicurava fertilit, l'animale veniva quindi sacrificato e la sua carne utilizzata per la preparazione di un brodo che il re avrebbe dovuto bere dopo essercisi immerso.
Quella notte ad Anglesey, ogni essere umano era cosciente della gravit del gesto di Evnissyen. Nel campo irlandese, Matholwch e i suoi uomini si prepararono a lasciare quel luogo dissacrato e a fare ritorno in patria. Un messaggio di Bran per li ferm. Con poche e semplici parole, il re britannico spiegava di essere stato disonorato dal gesto di Evnissyen quanto gli ospiti irlandesi e che era sua intenzione riparare il danno arrecato. Non potendo uccidere sangue del suo sangue, Bran offr a Matholwch un cavallo per ogni destriero ucciso. Inoltre, promise una misura d'argento spessa quanto il dito di Matholwch e un piatto d'oro grande quanto la sua testa.
Infine, Bran offr un tesoro di inestimabile valore, un oggetto che avrebbe protetto la terra d'Irlanda. Si trattava dell'antica creazione di un gigante: un calderone in grado di ridare la vita ai defunti. Un guerriero morto gettato nel calderone avrebbe riacquistato immediatamente la vita e avrebbe potuto riprendere a combattere, sebbene privo di anima e parola.
Era indubbiamente un dono di grande valore; un oggetto magico per sostituire ci che di magico era morto con i cavalli. Matholwch accett l'offerta. Accolse nuovamente Branwen nel suo letto e festeggi con Bran l'arrivo dei nuovi cavalli. Ai suoi uomini ordin di non fare mai alcun riferimento all'incidente e dopo pochi giorni, salp con le sue tredici navi diretto in Irlanda, portando Branwen con s. Il primo anno trascorso in Irlanda, fu per Branwen colmo di felicit. Gli irlandesi la accolsero come loro regina e all'interno della fortezza di Matholwch le costruirono una casetta illuminata dal sole e rivestita con le piume di uccelli dai mille colori. Quando passava per i corridoi del castello nessuno resisteva al suo fascino e tutti sorridevano a quella graziosa regina dal lungo mantello ricamato con fili d'oro che elargiva doni a tutti, poich Branwen era generosa quanto bella. "Nessun cavaliere o dama d'Irlanda che si recava dalla sovrana tornava a mani vuote, poich la regina aveva per tutti una spilla, un anello o una pietra preziosa".
Cos riportano le cronache dell'epoca. Inoltre, in quel primo anno di matrimonio, Branwen diede alla luce Gwern, un bellissimo maschietto che la regina amava teneramente.
La mala sorte seguiva tuttavia la figlia di Llyr. Nel secondo anno del suo regno, i soldati di Matholwch disubbidirono all'ordine del sovrano e parlarono. In breve tempo, la storia dell'eccidio dei cavalli del re e del disonore subito per mani britanniche fece il giro della corte e i sudditi di Matholwch iniziarono a gridare vendetta. Logicamente, l'oggetto che scelsero per sfogare il loro odio fu la donna britannica che era divenuta loro regina. Chiesero cos a Matholwch di allontanare Branwen. Sebbene amasse la moglie, il sovrano non era nient'altro che una debole canna in bala dei venti. Convoc Branwen e
davanti ai suoi sudditi le comunic che avrebbe dovuto espiare la colpa per l'atto commesso dal fratellastro. Poich il suo disonore avrebbe condotto i britannici alle armi, non sarebbe stata ricondotta in patria e avrebbe perci scontato la sua pena nelle cucine del castello di Matholwch, dove avrebbe lavorato fra gli schiavi. "Gi un'altra volta mi hai allontanata, o mio signore, per poi riprendermi
dopo il pagamento del debito d'onore".
A quelle definitive parole Matholwch non replic.
"Che cosa ne sar di mio figlio?" domand Branwen. Il sovrano guard i presenti.
" figlio dell'Irlanda, non tuo" rispose Matholwch. "Verr allevato da un nobile irlandese".
"Sei un debole, Matholwch" mormor Branwen e, senza aggiungere altro, si volt e lasci la sala. Commenti sarcastici accompagnarono la sua uscita. Qualcuno sput disgustato.
Cos ebbero inizio anni di fatiche e dolori. Branwen non vedeva mai il marito, i suoi cortigiani o il figlio. Lavorava notte e giorno nelle sudicie cucine del sovrano, addetta ai lavori pi umili: scuoiare gli animali prima che venissero preparati per la cottura, girare lo spiedo sul quale cuocevano. Dopo alcuni mesi, gli schiavi irlandesi impararono a ignorarla, poich la donna non reagiva mai alle loro punzecchiature e derisioni. Ogni giorno, come una sorta di rituale, il macellaio le dava uno schiaffo sull'orecchio ma, dopo la prima volta, quando le lacrime le avevano velato gli occhi suscitando una fragorosa risata dell'uomo, Branwen aveva imparato a ignorare anche quest'ultimo. Lo fissava negli occhi e incassava lo schiaffo senza vacillare, quindi tornava a lavorare. Fra i compiti di Branwen figurava anche quello di impastare, impegno che le diede l'opportunit di trovare un po' di compagnia. Un giorno, mentre era impegnata, in questa mansione, apparve un piccolo storno.
Troppo giovane per volare, l'uccello sarebbe morto se non fosse stato per Branwen, che lo nutr con pezzetti di carne. Le cronache riportano che la donna insegn all'uccello a parlare. Una sera, avvicin il tordo all'orecchio per sentirgli sussurrare le parole che gli aveva insegnato. "Salute a te, Bran il benedetto, figlio di Llyr" disse l'uccellino con voce flebile. "Possa il tuo regno prosperare. Branwen, figlia di Llyr, ti saluta e chiede di essere liberata dalla prigione in cui Matholwch l'ha costretta e chiede vendetta per il disonore subito". Al termine del breve discorso, Branwen infil nel becco dell'uccello un pezzetto di seta, ricordo dei giorni felici, come prova. Quindi sollev il braccio e lanci il tordo in aria. In pochi minuti, l'uccello scomparve all'orizzonte, diretto a est verso il Galles.
Trascorsero i mesi e niente cambi nella dura routine giornaliera di
Branwen. La donna scuoiava gli animali, girava lo spiedo, impastava la pasta e incassava lo schiaffo giornaliero.
Un pomeriggio, tuttavia, gli sguatteri si affollarono intorno al tavolo su cui Branwen era impegnata a preparare la pasta.
Stava per arrivare il re. Giunto sulla soglia della cucina, Matholwch dovette piegare il capo per evitare le travi annerite del soffitto. Due uomini lo accompagnavano. Con un gesto della mano, il sovrano allontan gli schiavi che affollavano la stanza. Quindi parl alla moglie che non vedeva da tre anni. "Salute a te, signora" disse. "Questi uomini parlano di strane e inquietanti apparizioni sul mare orientale. Ascoltali e spiega
il significato delle loro parole, se puoi".
"Non pi signora, Matholwch" replic Branwen in tono secco. Effettivamente, le lunghe ore trascorse in cucina l'avevano resa scarna e pallida e la tunica di lana era stracciata in pi parti e macchiata di sangue e unto. Tuttavia, in lei permanevano quella stessa grazia e gentilezza che aveva mostrato da regina.
Le sentinelle raccontarono di aver avuto strane visioni. A oriente, sulle acque dell'oceano, avanzava una foresta, al centro della quale si ergeva una montagna anch'essa in movimento. Una sconosciuta melodia musicale, dissero gli uomini, giungeva fin sulla riva.
Un freddo sorriso apparve sul viso di Branwen. "Gli alberi della foresta sono gli alberi e i pennoni delle navi della Britannia. La montagna  mio fratello Bran il Benedetto, figlio di Llyr. La musica giunge dal trombettiere che lui porta sulle spalle e che suona l'inno di guerra. Nessuna nave pu portare Bran e cos cammina nell'oceano accanto alla sua flotta per venirmi a salvare".
"Che cosa debbo fare, allora?" grid Matholwch.
"Se vuoi che almeno un uomo sopravviva in Irlanda, dovrai trattare con lui e non combattere" disse Branwen. Gli volt le spalle e si rimise a lavorare. La vista di Matholwch, che un tempo aveva amato, ora le dava solo la nausea.
Nonostante le parole di Branwen, invece di arrendersi immediatamente a Bran, gli irlandesi tentarono una manovra diversiva e bruciarono il ponte sul fiume Liffey. Erano convinti che cos facendo avrebbero rallentato, se non addirittura bloccato, l'avanzata britannica ma il fiume non costituiva una barriera per
Bran il Benedetto. Si sdrai infatti sull'acqua, allungando il corpo da una riva all'altra per permettere ai suoi uomini di attraversare il fiume sulla sua schiena.
I britannici si accamparono lungo la riva del fiume e quella notte si riunirono in consiglio. Al mattino, i messaggeri di Matholwch si presentarono da Bran per riferirgli che il loro sovrano era pronto a cedere il trono al figlio Gwern.
Bran pos sugli inviati irlandesi uno sguardo colmo di sdegno. "Non  sufficiente per ripagare il dolore inflitto a mia sorella" replic. "Trovate una ricompensa migliore e vi ascolter ancora una volta prima di dare il via alla carneficina".
Il mattino seguente, i messaggeri ritornarono con un'altra offerta: Gwern sarebbe divenuto sovrano del regno d'Irlanda, Branwen avrebbe potuto tornare a casa con il fratello e una costruzione gigantesca sarebbe stata eretta in onore di Bran nella pianura lungo il fiume. In quella dimora si sarebbe tenuta una festa per celebrare la pace fra britannici e irlandesi e Matholwch si sarebbe inchinato a Bran. Questi si consult con i fratelli, quindi decise di accettare i termini dell'accordo, proposto da Branwen per evitare che si spargesse sangue britannico sul suolo irlandese.
Non era trascorsa nemmeno un'ora che Branwen gi galoppava verso l'accampamento del fratello. Matholwch le cavalcava accanto parlandole concitatamente ma la donna non lo degnava di uno sguardo. Aveva occhi solo per il figlio, che sedeva davanti a lei sul suo palafreno, le manine avvinghiate alle redini del cavallo.
Ai margini dell'accampamento britannico si ergeva Bran, pi alto degli alberi; senza dire una parola si pieg e sollev la donna e il bambino dalla sella e li port accanto al fuoco. Matholwch sollev la mano in segno di saluto ma non ottenne alcun cenno di risposta dalla moglie. Branwen parl degli anni trascorsi in Irlanda solo una volta, quando raccont ai fratelli come Matholwch l'aveva usata. Al termine del suo racconto, Manawyddan esclam infuriato, " tutta colpa di Evnissyen.  stato il suo atto sconsiderato a causare tanto dolore a nostra sorella".
Sopra le loro teste, la profonda voce di Bran ordin il silenzio. Evnissyen non replic alle amare parole di Manawyddan ma le sue labbra erano contratte e negli occhi si leggeva un'ira selvaggia.
Tuttavia, le settimane all'accampamento trascorsero tranquille. Gli irlandesi abbattevano alberi e intrecciavano paglia per costruire un palazzo per Bran nella pianura sotto la fortezza irlandese. I britannici ricordavano la patria, suonavano l'arpa e Branwen, con la sua voce incantevole, si univa ai loro canti. Il figlio correva liberamente fra i soldati e di notte dormiva sotto le stelle, accoccolato fra il collo e le spalle di Bran.
Finalmente, il palazzo fu pronto. Il tetto sembrava sfiorare le nuvole e le alte colonne vennero dipinte in rosso e oro, colori amati dagli irlandesi. Il pomeriggio prima della festa che avrebbe inaugurato il palazzo, Evnissyen, scortato da un guerriero irlandese, si rec nell'immensa sala centrale per ispezionarla. La
sala era tutta un gioco d'ombre. Un raggio di sole illumin una colonna dipinta, attirando lo sguardo di Evnissyen. Dai pioli piantati sui lati delle colonne pendevano sacchi di cuoio pieni.
"Che cosa c' l dentro?" domand Evnissyen.
"Grano, Fratello, per la festa" spieg l'irlandese.
"Davvero?" esclam Evnissyen. Lasci scorrere le dita sul sacco. Premendo sul cuoio, rivel il contorno di un uomo e di una lancia. Fece scivolare la mano fino a quando trov la testa dell'uomo, che afferr con entrambe le mani per poi schiacciare con quanta forza aveva in corpo. Un grido sommesso riecheggi nella sala, seguito da uno scricchiolio d'ossa e una macchia di sangue si allarg lentamente sulla parte esterna del sacco. Il guerriero irlandese impallid. Evnissyen si volt verso di lui e disse: "Ora faremo il giro di tutte le colonne". Cos fece. A ogni colonna erano appesi due sacchi, in ognuno dei quali si nascondeva un irlandese. Uno dopo l'altro, Evnissyen schiacci loro la testa con la sola forza delle mani. Alla Fine, quando dai sacchi impregnati di sangue scendevano rivoli di sangue, il fratello di Bran ordin alla guardia terrorizzata: "Pulite questo sudiciume e guai a chi oser ancora nascondere degli uomini per aggredire i guerrieri britannici". Quindi lasci il palazzo.
Evnissyen non fece parola del tradimento degli irlandesi e quella sera i due eserciti festeggiarono nel nuovo palazzo di Bran. Le panche erano disposte in file ordinate su entrambi i lati del camino. Da una parte, la testa che sfiorava le travi del soffitto, sedeva Bran in compagnia di Branwen, Gwern, Manawyddan, Nissyen e Evnissyen. Dall'altra parte erano schierati Matholwch e i suoi uomini. Il sovrano irlandese non apr bocca quando il regno venne ufficialmente consegnato al figlio di Branwen e i suoi guerrieri giurarono fedelt al bambino.
Terminata la breve cerimonia, il sidro inizi a scorrere in abbondanza. Gli irlandesi intonarono canti di gloria in onore del loro giovane re, mentre i britannici cantarono le lodi di Branwen. Il piccolo Gwern trotterellava felice fra lo zio Bran, lo zio Manawyddan e lo zio Nissyen.
Tutto a un tratto, Evnissyen esclam irritato: "Perch non viene da me? Gli vorrei bene anche se non fosse il re d'Irlanda."
Avvertendo la durezza nel tono dell'uomo, il bimbo pos uno sguardo incerto sulla madre. Quest'ultima, sentendosi al sicuro fra i fratelli e in pace con il mondo intero, annu. Gwern si lanci cos fra le braccia di Evnissyen.
Ci che segu rest impresso per sempre nella mente dei presenti. Evnissyen, assetato di vendetta, sollev il piccolo e lo scagli nel camino. La testa del bambino si fracass sui ceppi prima che avesse il tempo di gridare.
L'urlo che squarci il silenzio sceso nella sala era di Branwen. La donna si era lanciata verso il fuoco, pronta a morire insieme al figlio. Bran intervenne prontamente, afferrando la sorella con una mano, mentre con l'altra cercava affannosamente la lancia.
Nella sala scoppi il caos. Gli irlandesi si buttarono sui
britannici, decisi a vendicare la morte del re-bambino. Lanciando grida di battaglia, i guerrieri colpivano e squarciavano, finch il pavimento divenne un lago di sangue.
Inizialmente, gli irlandesi trovarono pane per i loro denti. I britannici riuscirono a tenerli a distanza e il solo Bran, bloccato in un angolo, uccise tutti i soldati che osarono avvicinarglisi, difendendo col suo corpo la sorella.
Improvvisamente, Evnissyen, impegnato a combattere vicino all'ingresso della sala, ebbe una terribile visione: un guerriero pallido come la morte, gli occhi persi nel vuoto e rigido come un fantoccio si aggirava fra i britannici brandendo un'ascia e abbattendo inesorabilmente ogni avversario. Fiumi di sangue scorrevano intorno a lui.
"Un morto resuscitato" grid in quel momento Evnissyen e spost lo sguardo fuori dal palazzo. L era stato acceso un fuoco sul quale era stato posato il calderone che Bran aveva donato a Matholwch come risarcimento per l'eccidio dei cavalli irlandesi perpetuato da Evnissyen. Intorno al calderone erano stati ammucchiati i cadaveri degli irlandesi che, buttati dentro al magico strumento, poco dopo ne uscivano vivi.
Corpi dallo sguardo vuoto, le bocche ferme, i movimenti rigidi, si dirigevano verso il palazzo; esseri imbattibili pronti alla carneficina.
Attaccati dai vivi e dai morti, i britannici non avevano scampo. Evnissyen lo sapeva. La colpa di quella carneficina era solo sua. Il rimorso, o forse la semplice esigenza di sopravvivenza della sua gente, ebbero la meglio su di lui e l'odio che aveva sempre dominato ogni sua azione scomparve. Si gett nel mucchio di cadaveri irlandesi e si finse morto. Poco dopo, venne sollevato da un guerriero irlandese, che credendolo uno dei suoi, lo butt nel calderone. L, fra i cadaveri che si contorcevano, Evnissyen allung braccia e gambe e, chiamando in suo aiuto le forze degli di, inizi a spingere contro le pareti del calderone. Era sempre stato un uomo possente ma ora la sua energia sembrava raddoppiata. Con un fragore assordante, il calderone and in mille pezzi cos come il cuore di Evnissyen; tuttavia, il suo sacrificio era valso a salvare la sua gente, poich gli irlandesi non potevano pi riportare in vita i morti.
Cos Evnissyen venne ricordato non solo per la sua malvagit ma anche per l'atto eroico che aveva redento la sua persona. Le cronache raccontano che la battaglia infuri per
giorni e giorni e alla fine della razza irlandese non restarono altro che cinque donne incinte, nascoste nelle caverne.
 Bran era stato ferito al tallone da una lancia avvelenata e la sua fine era ormai vicina. Prima di spirare, spieg ai suoi uomini ci che dovevano fare e rivel loro il futuro. I suoi compagni avrebbero dovuto tagliargli la testa e portarla con loro in Britannia, dove avrebbero dovuto seppellirla sotto Gwynfryn, la "montagna bianca". Da l, la testa avrebbe fatto la guardia al paese, proteggendolo da future invasioni.
I guerrieri fecero come era stato loro ordinato: tagliarono la testa del loro signore e si apprestarono a partire. Prima di salpare, Branwen mor di dolore per la morte di tutti coloro che amava. I guerrieri seppellirono la donna in riva al mare e si diressero verso l'isola di Gwales., L, in un castello sul mare, trascorsero molti
anni, duranti i quali la testa di Bran parl loro e li guid in ogni azione. Come aveva predetto Bran, giunse il giorno in cui l'incantesimo venne spezzato.
Heilyn, figlio di Gwyb Hen, apr una porta proibita: da l, il suo sguardo si volse a est, verso la Brtannia. I guerrieri ripresero cos il cammino. Giunti a Londra seppellirono la testa di Bran il Benedetto con il volto rivolto verso la Francia. Per secoli, il gigante ripos sotto la montagna bianca, proteggendo la Brtannia e i suoi abitanti dagli attacchi dei nemici.

I CIMENTI DEL CAVALIERE VERDE.

Alla maggior parte dei giganti non importavano le questioni dei mortali ma, alcuni di essi, osservavano il mondo degli uomini con occhio benevolo e, al momento giusto, intervenivano per mettere alla prova gli appartenenti alla nuova razza. Fu questo il caso di un gigante che viveva in Britannia, dove alla corte di re Art mise alla prova il coraggio e l'ardore di uno dei pi valorosi cavalieri.
Trascinato dall'allegria generale, il re dichiar che non avrebbe festeggiato fino a quando non avesse udito un racconto di eventi magici o visto uno straniero affrontare i suoi campioni.
Tali richieste facevano parte della tradizione, ma quella volta il re ricevette una risposta inaspettata. Un vento gelido invest la sala, portando con s una creatura come mai se n'erano viste. Il nuovo arrivato era un gigante a cavallo di un possente stallone, nonostante il freddo pungente, indossava abiti dai tessuti e dai colori estivi. La seta che lo copriva era verde come l'erba dei prati e il suo cavallo era bardato con finimenti in seta dello stesso colore e ferrato con smeraldi. In una mano il gigante teneva un ramo di agrifoglio, verde nonostante la stagione invernale; nell'altra mano, reggeva un'ascia da battaglia. Nella sala scese il silenzio. Il verde era il colore di Faerie, il regno magico impenetrabile a occhio umano. Il
Cavaliere Verde parl tuttavia come un comune mortale e lanci la sua terribile sfida: un cavaliere avrebbe dovuto decapitarlo con la sua ascia e, dopo un anno e un giorno, avrebbe dovuto presentarsi volontariamente per subire lo stesso destino.
" una follia" esclam il re, ma stava per accettare la sfida quando venne preceduto dal biondo Gawain. Cos, il Cavaliere Verde e Gawain conclusero il patto. Il Cavaliere Verde scese quindi da cavallo, consegn a Gawain la sua ascia e si inginocchi per essere decapitato.
Con la velocit e la grazia tipiche della giovinezza, Gawain brand l'arma. Con un sibilo, la lama si abbatt sul collo del gigante, facendo cadere a terra la testa. Quindi, davanti all'assemblea attonita di cortigiani, il corpo possente si alz, raccolse la testa decapitata e rivolse il viso verso Gawain. La bocca parl.
"Ricorda la parola data, cavaliere" disse. "Fra un anno e un giorno ci incontreremo alla Cappella Verde nei territori del nord". Poi, con una lunga e fragorosa risata, il cavaliere mont a cavallo e reggendo la testa insanguinata, si allontan nella notte.
Fu il re a rompere il silenzio calato nella sala e la sua richiesta di vino riport l'allegria e la spensieratezza. Anche Gawain festeggi allegramente: sarebbe stato inopportuno commentare il patto appena concluso poich, dopotutto, mancava ancora un anno alla data fatidica dell'appuntamento con il destino.
Quei dodici mesi, tuttavia, passarono veloci come il vento. L'inverno lasci il posto alla primavera e l'estate, carica di fiori e di frutti, arriv presto. Pass anche l'estate, e quando l'ultima mela cadde dall'albero Gawain mont in sella al suo cavallo e part alla volta delle fredde terre del nord.
Giorno dopo giorno, Gawain cavalc per lande deserte, fino a quando raggiunse le montagne del nord. Lungo il cammino incontr poche persone, povere e spaventate. Tutte scossero la testa quando il giovane domand loro informazioni sulla Cappella Verde e il suo cavaliere.
Gawain trascorse le notti all'addiaccio, cercando di scaldarsi al debole calore del fuoco, le cui fiamme erano sospinte dal vento. Finalmente, in un giorno in cui la neve gelata gli bucava la pelle, trov un riparo. Nel pomeriggio, la nebbia si abbass sbarrandogli il passo. Si ferm, ma lo scintillio di una luce attrasse il suo sguardo; in quel momento, la nebbia scomparve, rivelando le torri dorate di un castello che si ergeva sulla sommit di una montagna. Gawain spron il cavallo, desideroso di riposo e compagnia.
Venne ricevuto dal signore del maniero, un cavaliere rubicondo dai modi bruschi e dalla corporatura muscolosa, il suo nome era Bercilak. Ascolt con interesse il racconto di Gawain e alla fine, annu brevemente.
"So dove si trova la Cappella Verde e vi ci condurr quando sar giunto il momento" disse. Quindi, ordin ai suoi servitori di fare musica e Gawain venne trascinato nell'allegria del banchetto di Bercilak.
Bercilak disse sorridendo: "Facciamo anche noi un patto, giovane cavaliere. Riposati nella mia dimora prima di affrontare l'arduo cimento. Mia moglie si prender cura di te. Domani andr a caccia e ti doner il frutto delle mie fatiche, mentre tu mi darai ci che riceverai nel mio castello". "D'accordo" replic Gawain entusiasta. Tuttavia, quando il mattino seguente si risvegli solo in una camera della torre, la proposta della sera precedente non gli pareva pi cos allettante. All'improvviso, la porta
della stanza si apr e la moglie di Bercilak fece il suo ingresso accompagnata dal lieve frusciare della seta delle sue vesti. Anche alla luce del giorno era carina come gli era sembrata la sera precedente; ma la donna voleva qualcosa di pi della sua ammirazione. Gli fece infatti capire di desiderarlo.
Cedere avrebbe significato tradire la fiducia del suo ospite e il suo onore. Gawain rifiut la donna con gentilezza e alla fine lei rinunci. Nel salutarlo, si chin su di lui e mentre il cavaliere si inebriava del suo dolce profumo, lo baci dolcemente. Nel pomeriggio, Bercilak rientr con un cervo che si affrett a far consegnare a Gawain. Quest'ultimo, onorando il patto concluso, pos un bacio sulla guancia del suo ospite, poich era ci che aveva ricevuto quel giorno. Bercilak lanci uno sguardo alla moglie. Quindi si strinse nelle spalle e scoppi a ridere.
Trascorsero cos un'altra notte e un altro giorno, al termine del quale Gawain diede indietro a Bercilak il bacio della moglie. Come era gi accaduto, l'anziano cavaliere si limit a ridere. La terza mattina, tuttavia, mentre Bercilak era fuori a caccia, la moglie si rec nuovamente da Gawain, ma questa volta sul suo volto era dipinta la tristezza. Disse al giovane che se non voleva il suo amore doveva almeno accettare un pegno del suo affetto. Dalla vita sottile sleg un drappo di seta verde ricamato con fili d'oro. Spieg a Gawain che si trattava di una cintura incantata, che lo avrebbe protetto dal male.
Pensando alla lama del Cavaliere Verde e al sangue che sprizzava dal collo privo di testa, Gawain accett la cintura e quella sera, quando Bercilak rientr, non gliela offr.
Il quarto giorno era quello della prova. Gawain si alz quando era ancora notte. Un valletto inviato da Bercilak
lo aiut a indossare l'armatura e a legare la cintura di seta. Il ragazzo lo guid su sentieri tortuosi lungo quella che, cos disse, era la strada per la cappella, nei pressi della quale lasci Gawain.
In realt non c'era nessuna cappella, ma soltanto un intrico di abeti; un santuario naturale circondato da
pareti di ghiaccio e chiuso da rami carichi di neve. Il Cavaliere Verde era l, in attesa. Su gambe grandi
come tronchi d'albero, torreggiava su Gawain, la testa nuovamente sulle spalle e l'ascia gigante nelle mani.
Il coraggioso Gawain s'inginocchi nella neve, pronto a
tener fede alla promessa fatta. Il Cavaliere Verde fece
roteare l'ascia per tre volte. La prima volta, con uno scatto
improvviso Gawain spost la testa, evitando la lama
tagliente dell'ascia. Il gigante sogghign. Al secondo tentativo,
fu il gigante a fermare l'ascia. La terza volta, l'arma
devi bruscamente, facendo soltanto un taglio superficiale
sul collo del giovane. Il sangue di quest'ultimo color la
neve, ma la promessa era stata mantenuta e Gawain era
ancora vivo. Salt in piedi, pronto a combattere.
Il Cavaliere Verde si appoggi all'ascia e sorrise; quando parl, la voce era quella di Bercilak. "Ben fatto, sir Gawain," disse. "I miei primi due colpi erano solo una finta, un premio per i giorni in cui avete resistito a mia moglie e mi avete dato onestamente ci che avevate ricevuto. Il terzo colpo era per il vostro fallimento: avete accettato la cintura di mia moglie perch amate la vita e temevate la mia ascia. In un cavaliere con il vostro coraggio  soltanto una piccola e trascurabile imperfezione".
Detto ci, il gigante delle trasformazioni e delle tentazioni se ne and. Gawain non lo vide mai pi, ma da allora indoss sempre il talismano verde, perch gli ricordasse il suo fallimento alla prova del gigante.


Capitolo Tre.
UNA PROFONDA INIMICIZIA.

In Lapponia, un'immensa distesa di terra che si estendeva a nord della regione scandinava, la vita non cambiava mai. Estate dopo estate, i lapponi, lasciavano pascolare le mandrie di renne sulle montagne della costa occidentale; ogni anno, quando il gelo ritornava nella regione, riunivano gli animali e li portavano verso est fino al vidda, l'altopiano acquitrinoso, dove si sistemavano in vista dell'arrivo della stagione buia.
A quei tempi, i lapponi si spingevano raramente verso la costa artica; erano coraggiosi, ma sapevano che Trollebotn, o Troll Botton, l'arida distesa battuta dal vento che si estendeva a nord, era abitata da esseri grandi e malvagi. Nessun lappone avrebbe voluto trovarsi faccia a faccia con i troll, creature deformi e crudeli che nutrivano un odio profondo per la razza umana. Un giorno, tuttavia, una donna lappone e il figlio furono costretti ad avventurarsi nel territorio dei temibili troll. Questa  la loro storia.
La donna si chiamava Mari ed era la moglie di un ricco mandriano. La sua avventura ebbe inizio un giorno di settembre, quando gli animali erano gi stati riuniti e i lapponi si preparavano al viaggio verso est.
Quell'anno, tuttavia, era diverso dagli altri. Nei giorni precedenti, al calare del crepuscolo, Mari aveva visto strane ombre che l'avevano spaventata. Per questo aveva protestato quando il figlio Nils era andato a caccia da solo prima della partenza della famiglia per le regioni orientali. Ogni sera, lasciava vagare nervosamente lo sguardo sull'altopiano, le mani strette intorno ai ceppi per accendere il camino, mentre il marito si dirigeva verso gli alberi per mungere le renne e, proprio perch guardava, lo vide morire. Una figura imponente, sbucata all'improvviso dagli alberi, si gett su di lui e lo butt a terra. Un coltello d'osso apparve nella mano della creatura che lo conficc pi volte nel corpo della vittima. Una fontana di sangue color il terreno. L'uomo non emise alcun suono: si contorse sotto i colpi del suo assassino, poi rest immobile. Quando ormai era soltanto un corpo senza vita, l'essere che lo aveva ucciso, un gigante troll, si volt verso Mari, che stava paralizzata sulla porta di casa.
Difficilmente si sarebbe potuto paragonare il corpo del troll a quello umano e inoltre, la sua altezza era due volte quella di un comune mortale. Sulle spalle curve la testa calva scintillava di un bianco spettrale. Dalla fronte si protendeva un corno rigido e dall'immensa bocca sbucavano vere e proprie zanne.
Con andatura dinoccolata, il gigante avanz verso la donna, stringendo in una mano il pugnale, ma non la uccise. Sollev invece la mano libera e la colp: Mari cadde a terra, priva di sensi.
Non appena rinvenne, si ritrov legata sulle spalle del troll che si stava dirigendo a nord, come Mari intu dalla direzione del sole calante.
Il viaggio termin sulle montagne, davanti a una capanna mezza sepolta dalla neve. All'interno di quel rifugio oscuro, il troll depose Mari e la leg a un palo con una lunga corda; pur lasciandole una certa libert di movimento, il mostro non le sleg le mani. La gigantesca creatura accese il fuoco, si acquatt vicino a Mari e pos su di lei uno sguardo vuoto e ottuso.
"Bella. Moglie" grugn, giocherellando con la gonna della donna.
Mari replic con voce debole ma sicura: "Mio figlio mi trover e ti uccider per aver assassinato mio marito e avermi rapito".
Il gigante scoppi a ridere e scosse velocemente la testa facendo traballare il corno. Biascicando le parole, inneggi al proprio potere, spiegando perch un tentativo simile era destinato al fallimento. La sua anima, rivel il troll, era nascosta in un uovo dentro una gallina contenuta a sua volta in una pecora rinchiusa in una botte su un'isola di ghiaccio circondata dal fuoco oltre Capo Nord; e un corpo senza un'anima non poteva morire. Soltanto se l'anima fosse stata uccisa il gigante sarebbe morto, ma nessun essere mortale l'avrebbe mai trovata.
Mari sapeva che Capo Nord, un promontorio che si spingeva in quella distesa di ghiaccio che era l'oceano Artico, era molto lontano dal mondo degli uomini. Appoggi la testa contro il palo e pianse per la morte del marito, per il figlio che non avrebbe visto mai pi e per se stessa, intrappolata come una bestia da un essere senz'anima privo persino della sensibilit animale.
Mentre piangeva, il troll rest fermo a guardarla, senza tuttavia cercare di toccarla. Infine si alz e si diresse verso la porta. "Cibo" disse, e scomparve nella neve. Mari rest sola, come unica compagnia il crepitio del fuoco e i suoi singhiozzi.
Un fischio leggero echeggi improvviso nella stanza attirando l'attenzione della donna. Un istante dopo, la tenda che serviva da porta venne sollevata e una figura alta e robusta entr nella capanna. "Nils" esclam Mari, sorpresa nel vedere il figlio.
"Ho seguito le tracce" spieg il giovane. "Ora ti libero e ce ne andiamo". Cos dicendo, afferr il coltello da caccia e inizi a tagliare le corde che legavano la madre.
Ogni tentativo fu tuttavia inutile. Il coltello scivolava sulle corde senza intaccarle. Nils dovette infine arrendersi. "Sono create con la magia dei troll e nessun coltello umano pu tagliarle. Per liberarti devo uccidere quel mostro". La madre scosse la testa.
Ricominciando a piangere spieg a Nils come il troll avesse nascosto l'anima. "Allora non mi resta altro da fare che trovare l'anima di quell'essere" replic il giovane. Baci la madre e se ne and.
Dopo una decina di minuti, il gigante torn con il bottino di caccia: un grosso salmone. Appena varcata la soglia della capanna si blocc, guardandosi intorno
annusando l'aria con le narici dilatate.
"Odore d'uomo" disse.
 Mari si limit a fissarlo e la creatura bbass gli occhi. Probabilmente si sentiva a disagio sotto lo sguardo diretto di un essere umano. Alla fine, si accovacci e butt il pesce sul fuoco.
Tutti i giorni trascorreva ore intere a fissarla. A volte le si avvicinava e toccandole la gonna mormorava: "Bella" e "Moglie", ma Mari scopr che bastava che lo fissasse intensamente per farlo allontanare.
Le giornate si accorciarono sempre pi, fino a quando l'oscurit regn sovrana. Fu allora che il gigante sembr diventare pi forte e lo sguardo torvo di Mari non bast pi ad allontanarlo: ogni giorno le si avvicinava e lasciava scorrere le zampe sul suo corpo. Di notte, stringeva i nodi che la tenevano legata e dormiva appoggiando il suo pesante corpo a quello di lei, investendola con il suo puzzo repellente. Mari smise di guardarlo o di prestare orecchio ai suoi incomprensibili grugniti; si limitava a cercare di resistere a quella vita infernale.
Un giorno, tuttavia, quando le lunghe notti invernali erano ormai passate, il comportamento del gigante cambi. Si avvicin con la solita andatura traballante alla porta ma, giunto sull'uscio, esit. Con un grido lacerante si volt verso Mari e cerc di colpirla. Sbagli la mira e batt violentemente sul palo. Il respiro divenne ansimante e un liquido nero gli apparve sulle labbra. Infine, crollato sulle ginocchia, strisci fuori sulla neve.
Fu allora che accadde il miracolo: le corde che tenevano legata Mari si ruppero. La donna si precipit alla porta e guard fuori. Il gigante giaceva a terra, un rivolo di sangue gli scendeva dalle labbra e colorava la neve. All'orizzonte, la luce del giorno faceva capolino. Mari si precipit all'aperto, ma dove poteva andare in quella terra arida e desolata? Mon poteva far altro che rannicchiarsi vicino al fuoco della capanna e aspettare che qualcuno accorresse in suo aiuto.
Quell'aiuto tanto sperato giunse nel giro di pochi giorni: Mils torn da lei, felice per la vittoria e impaziente di raccontarle le incredibili avventure vissute nei giorni precedenti. Spieg alla madre di essersi recato a nord, ai confini del mondo, e di avere cos raggiunto un promontorio roccioso che si protendeva nel mare gelato. Durante il viaggio non era stato solo; a fargli compagnia erano comparsi molti animali, incredibilmente intelligenti. Erano infatti uomini trasformati in animali dalla malvagit dei troll. Come se avessero intuito l'importanza della missione di riils, lo avevano aiutato in ogni modo.
Un lupo lo aveva accompagnato fra gli anelli di fuoco che circondavano l'isola di ghiaccio, dove l'anima del gigante era nascosta in una pecora. L'animale aveva dilaniato la pecora, scoprendo il corpo di una gallina. Un falco aveva squarciato la gallina, rivelando l'uovo che conteneva l'anima del troll. Un airone aveva preso l'uovo con il becco e, infine, Nils stesso lo aveva frantumato. In quell'istante l'anello di fuoco che proteggeva l'isola era scomparso nell'acqua sottostante e al posto degli animali erano apparsi tre uomini.
Quando Nils aveva schiacciato l'uovo, a chilometri di distanza dall'isola di ghiaccio il troll si era allontanato barcollando dalla capanna per poi cadere senza vita sulla neve. In quell'istante, i nodi che legavano Mari si erano misteriosamente sciolti e a est erano apparsi i primi raggi di sole. Madre e figlio erano attoniti. Superata l'incredulit per ci che era loro accaduto, lasciarono Trollebotn, terra di malvagit, e raggiunsero il territorio abitato dai loro simili.
Territori ostili come Trollebotn costituivano gli ultimi frammenti di quello che un tempo era il grande regno di giganti e troll. Generalmente situati lontano dagli abitati umani, erano poco pi grandi della superficie di un lago ma rappresentavano un pericolo reale per la razza umana. In quei luoghi, le disciplinate leggi della natura conosciute da uomini e donne non venivano applicate. Forma e comportamento delle cose inanimate erano in continua mutazione. Su comando dei giganti, gli alberi di quelle terre erano in grado di sollevare le radici e danzare alla luce della luna con la stessa regalit di nobili cortigiani. In quel regno, gli animali parlavano, a volte perch i giganti avevano fatto loro dono dell'intelligenza, altre perch si trattava di esseri umani intrappolati da un incantesimo.
I giganti amavano presentarsi con sembianze alternative e sfruttare al massimo le loro arti magiche. Col passare del tempo, ricorsero sempre pi spesso a tali abilit, segno inconfutabile del loro declino. La loro razza, un tempo cos potente, stava svanendo schiacciata dalla forza crescente degli uomini. Spaventati, i giganti divennero preda della paura e dell'odio e si trasformarono in temibili predatori.
Perch i giganti incatenassero alcuni dei loro nemici mortali con i loro incantesimi non  chiaro; forse una simile dimostrazione di potere li rassicurava. Comunque fosse, la gamma delle loro crudelt era veramente ampia.
Rapivano gli esseri umani per trasformarli in schiavi, come il troll lappone aveva rapito Mari. Si nutrivano inoltre di carne umana.
Non tutti gli uomini vittime dei giganti venivano catturati nel territorio dei comuni mortali, poich alcuni di essi si avventuravano nelle pericolose terre di orchi e giganti. Una simile sventura poteva accadere anche per sbaglio. I confini dei territori dei giganti erano infatti elusivi e mutevoli come i giganti stessi, che a volte si rendevano invisibili o si facevano vedere solo da alcuni uomini. Gli esseri umani non avevano le caratteristiche necessarie per affrontare queste creature in grado di ricorrere alla magia con l'abilit di coloro che un tempo dominavano il mondo.
Dicerie e leggende indicavano quali erano i luoghi da evitare. Ogni bambino norreno, per esempio, sapeva che i troll si nascondevano sotto i ponti, pronti a impadronirsi del bestiame e ad aggredire pastori e contadini. Per quanto riguarda Trollebotn, si sapeva che si estendeva a nord della Lapponia, sebbene nessuno fosse in grado di indicare con precisione dove. Convinti che i giganti scegliessero come dimora luoghi che si adattassero alle loro dimensioni, i lapponi si tenevano alla larga dalle montagne settentrionali. La stessa circospezione nei confronti delle montagne veniva usata anche in altri paesi, dove le foreste prive di sentieri venivano guardate con sospetto.
Il viaggiatore che si avventurava in simili regioni poteva non accorgersi del cambiamento di morfologia del terreno. In una foresta, poteva accadergli di non riconoscere le gambe possenti che si innalzavano fra i tronchi degli alberi o non vedere gli occhi che lo osservavano fra il fitto fogliame. Non aveva modo di accorgersi che il vento fra i rami era in realt un soffio del gigante e che il fragore di un tuono lontano era il borbottio del nemico. Soltanto quando dita enormi si chiudevano intorno al suo corpo, lo sollevavano in aria e si ritrovava a guardare attraverso una palizzata di denti l'immensa e rossa caverna di una bocca famelica, lo sventurato viandante si rendeva conto di aver superato i confini che delimitavano il regno dei giganti. A quel punto, per lui era troppo tardi.
A volte per, poteva accadere che gli uomini notassero segni della presenza dei giganti. Generalmente si trattava di oggetti che nessuna mano umana poteva sollevare: un coltello da caccia sufficientemente largo e lungo da collegare le due rive opposte di un fiume, o un ago che avrebbe potuto essere utilizzato da un comune mortale come spada. Tuttavia, anche un comportamento innaturale delle creature viventi, sotto l'influsso della magia dei giganti, poteva indicare con esattezza la presenza dei nemici degli uomini.
Un giovane principe scozzese visse un'esperienza analoga e il racconto della sua avventura abbonda di dettagli inspiegabili tipici delle storie di giganti. Nel corso di una battuta di caccia, si ritrov in una zona delle sue terre che non conosceva e, prima del calare della sera, fu costretto a pronunciare una promessa che gli avrebbe causato anni di dolori e sofferenze.
L'avventura ebbe inizio nella radura di una foresta ai margini di un profondo braccio di mare, dove le acque gelide dell'Atlantico bagnavano le coste scozzesi. La radura, ricoperta di foglie dorate e scaldata dai raggi di un sole autunnale, sembrava un luogo tranquillo, perfetto per una breve sosta.
Un sibilo e un grido stridulo ruppero il silenzio. Dal muro di alberi che circondava la radura apparve un corvo, saltellando con la goffaggine tipica della sua razza. Emise un altro grido ma non si mosse. I suoi occhi erano fissi su un mucchio di foglie; l'uccello sembrava pietrificato. Il principe si alz e scopr immediatamente ci che aveva spaventato il corvo: fra le foglie giaceva infatti un serpente. Le squame chiazzate di nero scintillavano alla luce del sole; la lingua biforcuta sembrava assaggiare delicatamente l'aria e gli occhi erano fissi sull'uccello. Ancora un secondo e avrebbe attaccato.
Reagendo istintivamente, il principe decapit con la spada la testa del rettile. L'uccello, non pi paralizzato dalla paura, volt la testa verso il giovane ed emise un altro grido.
All'improvviso, l'aria intorno al corvo vibr; le sue piume divennero un'ombra
e da quell'ombra emerse un giovane.
Era alto e bello; indossava vesti sontuose ed era armato di una spada dall'impugnatura incastonata di pietre preziose. Sorrise in direzione del cacciatore, facendo un grazioso inchino. "Mille grazie, giovane signore" disse. "Se non fosse stato per la vostra gentilezza, avrei trascorso il resto dei miei giorni sotto forma di corvo e la mia vita sarebbe stata sicuramente pi breve".
Porse al principe un sacco di lana chiara e aggiunse: "Questo  per avermi iberato dall'incantesimo. Apritelo soltanto quando arriverete nel luogo dove vivete". Senza aggiungere altro, il giovane si allontan nel bosco.
Il principe avrebbe dovuto insospettirsi. Dopo tutto, si trovava in un luogo sconosciuto e aveva assistito a una trasformazione. Con tutta probabilit, quello era territorio dei giganti. La cosa migliore sarebbe stata abbandonare il dono e dirigersi verso casa. Il giovane invece prefer buttarsi il sacco sulle spalle e avviarsi lungo il sentiero seguito dallo sconosciuto.
Il sentiero conduceva a un grande prato. L, il principe si ferm per riposare, appoggiando in fretta il sacco a terra. Improvvisamente venne colto dalla curiosit e apr il sacco. Rest a bocca aperta nel vedere un castello in miniatura, del genere costruito come giocattolo per i bambini ma con una maggiore attenzione ai dettagli di quanto avrebbe potuto essere un giocattolo. I blocchi di pietra erano puliti e lucenti e i torrioni erano sormontati da tegole d'oro. Due catenelle, anch'esse d'oro, assicuravano il ponte levatoio. Il principe estrasse il castello e lo depose sull'erba.
All'improvviso, la costruzione inizi a crescere. Spaventato, il giovane indietreggi al margine della radura.
Le torri svettarono verso il cielo. Le pareti si gonfiarono e ogni pietra aument di volume. Mentre l'edificio cresceva, foglie e tronchi di alberi eruppero dal terreno circostante. Nel giro di pochi minuti davanti al giovane si ergeva un'immensa fortezza: sulle torri sventolavano i vessilli riportanti lo stemma della sua famiglia e le mura erano circondate da alberi carichi di frutti.
Dietro a una finestra, il principe intravide un movimento e il bianco bagliore di un viso ma prima che potesse riflettervi, accanto all'edificio apparve una creatura enorme. Un gigante, appoggiato alle mura del castello, fissava l'umano davanti a lui. "Questi sono possedimenti dei giganti, piccolo uomo" disse. "Non puoi costruire qui la tua fortezza".
Il principe, impietrito dalla paura, riusc a mettere insieme una risposta intelligente. "Non sono stato io a provocare questa magia, gigante, e non c' niente che possa fare per spezzare l'incantesimo. Se potessi, sposterei l'edificio dalle tue terre".
"Oh, io posso spezzare l'incantesimo" afferm il gigante. "Dovrai per pagare un pegno".
"Parla: qual  il tuo prezzo?".
"Voglio il tuo figlio primogenito, quando avr raggiunto i sette anni".
Il principe non aveva moglie n figli, perci accett subito la proposta. Senza aggiungere altro, il gigante appoggi la mano sull'ingresso del castello e premette; immediatamente, la costruzione inizi a rimpicciolirsi, finch raggiunse nuovamente le dimensioni di un giocattolo. Riponendo la fortezza nel sacco di lana, il colosso disse: "Torna nel tuo paese. Quando sar il momento, verr a prendere tuo figlio".
Il principe ripercorse il sentiero seguito in precedenza. Giunto sulle rive di un fiume, depose il castello incantato che, ancora una volta, crebbe di dimensioni; al suo interno, il principe incontr una donna, il cui viso aveva intravisto attraverso la finestra, e la spos.
Per quanto le circostanze del loro incontro fossero state a dir poco strane, i due s'innamorarono perdutamente e la loro fu un'unione felice. Il principe amava quella moglie venuta da un mondo incantato, che port fortuna a lui e alla sua gente, facendo diventare le sue terre ricche e fertili. Ben presto, la donna gli diede un figlio, che fu ragione di gioia e di paura per il giovane principe che non aveva dimenticato il patto stipulato con il gigante. Alla moglie, tuttavia, non fece mai parola della promessa. Era giunta nel suo mondo per magia e sembrava non avere ricordi antecedenti al momento dell'incontro con il principe; e quest'ultimo non voleva spaventarla.
Tuttavia, quando il bambino comp sette anni, la madre visse un dramma. Il giorno del compleanno del piccolo, il gigante apparve all'improvviso, come se si fosse materializzato dal nulla.
"Principe, sono venuto a prendere mio figlio" disse con voce tonante.
All'interno del castello, la donna si volt verso il marito e grid: "Che cosa dice?". Il principe dovette raccontarle la verit.
La donna rifiut di lasciare il bambino nelle mani del gigante. Incurante delle proteste del marito, fece vestire il figlio del cuoco con gli abiti del principino e lo consegn al posto di quest'ultimo. Affacciati alle finestre, gli abitanti del castello guardarono il bambino attraversare il cortile. Tutti videro il gigante sollevarlo e sussurargli alcune parole all'orecchio; tutti udirono la flebile risposta, sebbene nessuno comprese le parole. E tutti videro il gigante scaraventare il bambino contro le mura del castello e il corpicino sfracellarsi sulle pietre.
"Non cercare mai pi di ingannarmi, principe" esclam furioso il gigante. "Consegnami il tuo erede se non vuoi che ogni abitante del castello faccia la fine del figlio del cuoco". Per sottolineare le sue parole, distrusse il ponte levatoio del castello con la facilit cui un uomo distrugge un giocattolo. Il principe non aveva scelta.
Nonostante le lacrime e la disperazione della moglie, mand il
figlio dal gigante, sacrificando un individuo per salvarne altri. Bambino e gigante svanirono nel nulla.
Segu un lungo esilio. Il figlio del principe riusc a fuggire dalla sua prigione molti anni pi tardi, quando il principe era ormai debole e malato e il bambino era diventato un uomo e un perfetto sconosciuto per il padre.
Quello era uno dei pericoli in cui incorreva chi osava scendere a patti con i giganti: un essere umano che si avventurava nel territorio dei giganti, a causa della sua trasgressione avrebbe trascorso la vita nel dolore.
Tuttavia, nonostante il pericolo, molte incursioni degli umani erano intenzionali, come quando il lappone Mils aveva seguito un troll fino alla sua tana. Nonostante la loro gracilit, gli uomini potevano essere nemici temibili per i giganti, soprattutto se spinti dal desiderio di vendicare antichi torti o di salvare altri esseri umani.
Gli irlandesi avevano bisogno di un simile coraggio. Le cronache raccontano di anni bui durante i quali la terra era alla merc di un essere conosciuto come il gigante della Foresta del Faggio Nero, uno spirito malvagio alto quanto gli alberi (dai quali sembrava attingere la propria forza).
La leggenda narra che Diarmuid, figlio di un re irlandese, si avventur nella Foresta del Faggio Nero procedendo guardingo intorno ai grandi alberi e sull'intricata rete di radici argentee. Infine, giunto in un punto in cui le foglie formavano una volta cos fitta da non far filtrare i raggi del sole, trov la fortezza del gigante.
Diarmuid era alla ricerca di tre sorelle, rapite dal gigante un anno prima. Grazie forse alla sua audacia o al fatto che si offr come servo, il giovane venne ammesso nella fortezza. Trov il gigante in una grande sala con le prigioniere; soltanto una di esse per, forse sufficientemente forte per opporre resistenza agli incantesimi del colosso, era ancora una donna. Le altre erano state trasformate in un piccolo levriero e in una puledra pezzata.
Il gigante osserv divertito la sorpresa dipinta sul volto di Diarmuid e lo prese come suo servo. Il signore della foresta non temeva nessuno, men che meno un mortale. L'unica arma che avrebbe potuto ucciderlo era una spada forgiata dalla mano di un gigante, nascosta, come l'anima del troll della Lapponia, in una prigione praticamente impenetrabile: la stanza interna di tre camere concentri che situate nel cuore della fortezza. Le porte delle stanze erano chiuse a chiave e queste ultime erano in possesso del gigante. Se il gigante non veniva ucciso non era nemmeno possibile spezzare l'incantesimo, poich la fonte della sua magia era costituita da una bacchetta di faggio da cui l'orco non si separava mai.
Altri guerrieri avevano cercato di sconfiggerlo ma tutti avevano fallito. Diarmuid era per un nemico dalle mille risorse; abile spadaccino, era veloce e silenzioso come un gatto e aveva dita leggere come quelle di un ladro. In attesa del momento opportuno, il giovane obbediva agli ordini del gigante senza
lamentarsi. Quando quest'ultimo dormiva, parlava con la donna prigioniera mentre le sorelle, intrappolate in sembianze animali, lo guardavano con occhi tristi e malinconici.
Dalla donna, Diarmuid venne a conoscenza del segreto della
spada e della bacchetta di faggio.
Una notte, quando tutto il castello era addormentato e l'unico suono era quello del fruscio delle foglie fuori, il giovane attravers i lunghi corridoi della fortezza diretto verso il centro di questa, il cui accesso era sbarrato da una porta di ferro. Davanti a quest'ultima, su una panca lunga quanto due uomini, giaceva il gigante, a guardia del segreto della sua vita. Dormiva profondamente.
Da una catena intorno al collo del gigante, Diarmuid fece scivolare fuori le chiavi per aprire le stanze oltre la porta di ferro e il suo tocco fu cos leggero che
il colosso non si mosse.
Tuttavia, quando il giovane apr la prima porta, la malvagia creatura si agit
e mormor parole incomprensibili. Fu la porta di ferro a parlare: "Signore!" grid, e i suoi singhiozzi echeggiarono nei corridoi del castello. Il gigante si agit nuovamente quando venne aperta la porta della seconda stanza, poich anch'essa grid, cercando di attirare la sua attenzione. Quando infine Diarmuid apr la porta dell'ultima stanza, il gigante della Foresta del Faggio Nero balz in piedi.
Troppo tardi. Diarmuid si trovava infatti nella stanza centrale dove, sopra di lui, era appesa una spada luminosa, lunga quanto il giovane era alto. Con un grido selvaggio, il gigante balz in avanti. Senza lasciarsi intimorire, Diarmuid spicc un salto e afferrata la spada magica, la conficc nel cuore del gigante.
Cos mor il guardiano della Foresta del Faggio Nero. Diarmuid prese la bacchetta magica e restitu alle prigioniere il loro aspetto umano. I quattro lasciarono quindi la foresta incantata. Dietro di loro, la fortezza croll al suolo, creando un tumulo di pietre giganti per custodire i resti del defunto signore. Mentre Diarmuid e le tre donne si allontanavano, i grandi faggi si annerirono, seccarono e scomparvero nel nulla.
Non tutte le sfide ai giganti avevano come loro motivazione principale la vendetta o la liberazione di un prigioniero. Ci furono infatti uomini che invasero i territori dei giganti alla ricerca di grandi tesori. Nascosti fra i dominatori di quell'antichissima razza si trovavano gli oggetti di un passato meraviglioso, di un'era perduta per sempre. Nel regno dei giganti si trovavano bacchette e spade magiche (come quelle della Foresta del Faggio), oltre a paioli sempre colmi di cibo e bevande e pozioni che resuscitavano i morti.
Tra questi avventurieri, nessuno era pi famoso di un fannullone scozzese di nome Jock. Jock viveva con la madre in un villaggio di pescatori all'estuario della Lorna sulla costa occidentale del paese. Il ragazzo tuttavia non faceva il pescatore e sebbene nelle vicinanze vi fossero sia pascoli che campi, non coltivava e non si dedicava nemmeno pi alla pastorizia. Trascorreva le giornate nell'ozio assoluto, e vantandosi della sua sagacia e intelligenza.
La madre cercava di mantenere Jock facendo del suo meglio. Il ragazzo era il suo unico figlio e il marito era morto; non aveva quindi che quel buono a nulla ad alleviare la tristezza della solitudine. Tuttavia, nonostante i suoi sforzi, era difficile andare avanti avendo come unico sostentamento il raccolto di un piccolo orto e il latte di un'unica mucca.
Durante un anno particolarmente freddo, i prodotti dell'orto risultarono insufficienti per sostenere la piccola famiglia. La donna mand cos Jock a vendere la mucca. Era un lavoro da uomo e proprio del genere che piaceva al giovane, poich gli avrebbe dato modo di mostrare la sua astuzia.
Part cos alla volta della citt pi vicina, portando con s l'animale.
Non raggiunse mai quella citt. A una
curva lungo la strada, incontr una donna. Era anziana ma i capelli d'oro e gli occhi azzurri indicavano ancora la discendenza da quei vichinghi che secoli prima avevano invaso la Scozia. La donna salut Jock e gli domand dove andasse; quando il giovane gli ebbe spiegato le sue intenzioni, la sconosciuta si lanci in un impietoso esame della mucca.
" tutta pelle e ossa" afferm infine. "Tuttavia, in cambio di quest'animale posso darti qualcosa di molto pi prezioso del denaro".
Fissando il giovane con sguardo ammiccante, estrasse dal mantello un piccolo fagotto di seta. Questo conteneva un pugno di piccoli
semi a forma di fagiolo ma iridescenti come pietre preziose.
Mentre Jock fissava incantato quelle meraviglie, la donna mormor: "Sono cadute dall'albero del mondo e possono guidare chi le possiede a un tesoro".
Nessuno seppe mai se Jock credette a quelle parole e se avesse mai sentito parlare di un albero del mondo, ma indubbiamente quelle strane pietre lo attirarono terribilmente. Cos, diede alla donna la mucca e si prese le gemme. Con uno sguardo furtivo, la sconosciuta si allontan zoppicando.
Jock si diresse verso casa, con in tasca il suo piccolo tesoro.
Tuttavia, quando le mostr alla madre, le pietre non sembravano pi cos belle. Lo scintillio come per incanto era svanito. In mano non aveva altro che fagioli. Urlando per la perdita della mucca, la madre allontan violentemente la mano del figlio. I fagioli caddero a terra accanto alla porta di casa. In lacrime, la donna si rifugi nell'abitazione, lasciando Jock a raccogliere il suo tesoro. Dei fagioli per non c'era traccia, pareva fossero stati inghiottiti dalla terra stessa.
Con un'alzata di spalle, il ragazzo lasci la casa e si diresse verso la taverna. Non aveva niente da fare e il pianto disperato della madre lo irritava. Il sole stava gi tramontando quando, barcollando, torn a casa, dove buttatosi sul pagliericcio cadde in un sonno profondo. Era ancora notte quando venne svegliato da un leggero fruscio alla porta. Aprendo bene le orecchie, gli sembr di udire uno scampanellio
lontano. Si alz per controllare. Fuori dalla porta, dondolando al suono di una flebile musica, una robusta vite si allungava verso il cielo. Viticcio dopo viticcio si agitava sospinta dalla brezza notturna; foglia dopo foglia cresceva spingendosi sempre pi in alto, fino a quando foglie e viticci si avvolsero alle stelle del cielo. Era una scala che dalla terra portava al cielo. Alle prime luci dell'alba, il giovane inizi a salire, arrampicandosi veloce fino a quando i muscoli divennero doloranti e il sudore gli imperlava la fronte.
Sopra di lui, la vite scompariva in una nuvola. In poco tempo raggiunse quell'originale soffitto e sbuc alla luce del sole. Sulla sua testa si apriva una volta celeste. La vite era circondata da una distesa di nuvole, sulle quali, in lontananza, si ergeva un castello. Giunto all'ultimo gradino, Jock pos con cautela un piede su una nuvola: la superficie sembrava solida come quella della terra. Me prov la resistenza, poi scese dalla vite e si diresse verso il castello, impaziente di scoprire che cosa contenesse.
A guardia del castello trov una donna. Sembrava alta quanto sua madre quando lui era solo un bimbo: la testa del giovane le arrivava a malapena alle ginocchia. Sulla grande mano appoggiata alla gonna brillavano anelli d'oro e intorno al collo risaltava un filo intrecciato di perle immense.
"Terrestre" esclam la donna fissandolo con sguardo severo "come sei arrivato qui?"
Jock indic le foglie verdi della vite che spuntavano dalle nuvole. Il volto della gigantessa si rabbui. "Se qualcuno ti trovasse, sarebbe la tua fine, perch i giganti sanno che la tua razza costituisce la loro rovina" afferm.
"Non potreste nascondermi, signora?" domand Jock con voce suadente. La gigantessa, con gesto materno, lo prese fra le braccia e lo port nella fortezza. La gigantessa depose Jock in un cesto pieno di mele grandi quanto tinozze e dolcemente lo copr con un panno.
"Nasconditi qui, umano" disse "e non muoverti fino al tramonto. Poi, torna nel tuo mondo". Cos dicendo, se ne and.
Jock fece come gli era stato ordinato, sebbene di tanto in tanto sbirciasse dal suo nascondiglio per osservare ci che lo circondava. Fu cos.che vide il signore del castello entrare nella sala chiedendo cibo per rifocillarsi. Il gigante era peloso come un animale; si gett sul tavolo posto su un lato della stanza e batt i pugni impaziente. La gigantessa lo serv, mentre lui si buttava sul cibo, rosicchiando e grugnendo di soddisfazione. Sotto il tavolo, si trovava una gallina grande quanto un agnello. Mentre Jock osservava, la gallina proruppe in un chiocciare soddisfatto. Il gigante la spost con un piede e raccolse l'uovo deposto dal volatile. L'uovo era d'oro zecchino.
Per pi di un'ora, il gigante bevve e mangi, mentre Jock, rannicchiato nel cesto di mele, a volte spiava altre sonnecchiava. Alla fine, il signore del castello croll sul tavolo, rovesciando il boccale di vino e facendo cadere molliche di pane ovunque. Un russare assordante si diffuse nella sala.
Jock non si lasci sfuggire l'occasione. Sgusci fuori dal cesto e si diresse a passo svelto verso la gallina. Mettendogli
una mano sugli occhi e sul becco fugg.
Uscito dal castello, inizi a correre sulle nuvole, e raggiunta la vite, si lasci scivolare lungo la pianta. Man mano che scendeva, la gallina diminuiva di dimensioni e, giunto a casa, mostr alla madre un volatile uguale a tutti gli altri. La donna fiss il figlio senza capire, mentre quest'ultimo le mostrava la sua preda e le raccontava la sua avventura. Quando la gallina depose un uovo d'oro, sul viso della madre si dipinse un'espressione di paura mista ad avidit. Afferr il volatile e lo strinse al seno. Timorosa di perderla di vista, prepar un piccolo recinto e tenne la gallina accanto al focolare.
Caratteristica comune alle diverse cronache che riportano l'avventura di Jock  la mancanza di riferimenti alle reazioni dei vicini di casa alle imprese del giovane. I compaesani parevano ignorare ci che accadeva accanto a loro. A ogni modo, la situazione diede a Jock, che diveniva di ora in ora pi ambizioso, grandi opportunit. Il giorno successivo, si arrampic nuovamente sulla vite e torn con un altro tesoro: amuleti d'oro a forma di martello (in ricordo del dio Thor), incastonati di granati. La madre nascose in casa il bottino.
La terza incursione di Jock segn la fine della sua avventura. La madre, in piedi alla base della vite, vide e sent tutto. Jock stava scendendo lungo la pianta stringendo fra le braccia un'arpa d'oro, quando lo strumento emise un grido di dolore. Un ruggito nei cieli rispose a quel grido e il soffitto di nuvole si abbass sotto la raffica di tuoni che echeggiarono nell'alto dei cieli. Jock moll la presa e lasci cadere l'arpa per poi sci volare rapido lungo la vite. Aveva appena toccato il suolo che un paio di stivali apparvero alla sommit della vite. Il tronco ondeggi pericolosamente. Tremante, Jock si volt verso la madre ed emise un grido di terrore. La paura rese la donna reattiva e porse subito al figlio un'ascia. Jock si mise al lavoro. Inizi a colpire la vite, mentre sopra di lui il gigante cercava di restare avvinghiato alla pianta. La vite fremette e infine, con un gemito straziante, si inclin lentamente verso occidente, acquist velocit e cadde in mare. Mentre la vite crollava, il gigante, avvinghiato alla sommit, lasci la presa. Ruggendo in un urlo di morte, precipit nel vuoto per poi scomparire nell'acqua sottostante. Del regno del gigante non erano rimasti altro che brandelli di nebbia e frammenti fluttuanti di bianco. Il ladro aveva trionfato.
Jock e la madre vissero agiatamente grazie all'oro del gigante. L'era dell'antica razza era ormai al crepuscolo; presto sarebbe giunto il giorno in cui anche il pi crudele dei giganti sarebbe morto per mano umana.

KILHWEH E OLWEN.

Sopravvissuti della prima era del mondo, i giganti erano avvolti in un alone di mistero e le leggende su come gli uomini li sconfissero erano offuscate da un pizzico di venerabile ritualit. Cos era in Britannia ai tempi in cui Art sedeva al trono e opponeva i suoi guerrieri a Ysbaddaden Penkawr (ovverosia "Hawthorn, re dei giganti"). In gioco c'era nientemeno che la mano della figlia di Ysbaddaden, dalla bellezza e dall'aspetto umano.
La storia ebbe inizio da Kilhwch, un cavaliere cugino di Art, vittima di una maledizione lanciatagli dalla matrigna: sposare la figlia di Ysbaddaden o trascorrere la vita senza una donna. Conquistare la fanciulla fu un compito estremamente arduo, poich la vita di Ysbaddaden dipendeva dalla figlia. Il gigante sarebbe infatti morto il giorno in cui lei lo avesse lasciato per un mortale. Per questo, il padre teneva sotto costante controllo la fanciulla e pi di un uomo era morto nel tentativo di conquistare la mano della ragazza.
Sapendo tutto ci, Kilhwch si rec alla corte di Art chiedendo l'aiuto del re e dei suoi cavalieri. Art acconsent.
Cos, in una bella giornata d'estate, una compagnia di arditi giunse al castello del gigante.
Il castello si ergeva su una vasta pianura verde disseminata di pecore; a guardia della fortezza vi era un pastore umano, il
cui cane era per un mastino grande quanto un cavallo. L'uomo, una creatura triste e cupa, indic a Kilhwich la figlia del gigante: una fanciulla bella come il sole. Dove lei camminava, si diceva spuntassero trifogli bianchi e per questo le era stato dato il nome di Olwen, il cui significato era "la fanciulla del sentiero bianco".
Kilhwich ne rest affascinato. Le parl e con voce soave lei gli spieg che cosa doveva fare per ottenere la sua mano.
Insieme alla compagnia di cavalieri, Kilhwich segu Olwen nel castello del padre. I coraggiosi guerrieri uccisero le guardie che cercarono di sbarrare loro l'accesso. La violenza delle loro gesta non sembr infastidire la fanciulla che, con un sorriso, indic ai cavalieri dove si trovava il padre, quindi svolt in un corridoio e scomparve alla loro vista.
Gli uomini entrarono in una grande sala, dove Ysbaddaden li stava aspettando seminascosto in una volta oscura. Il gigante ricambi il saluto dei forestieri e ascolt attentamente la loro richiesta, ma in risposta si limit a ordinare loro di tornare l'indomani. Quando tuttavia i visitatori si voltarono per andarsene, il gigante si chin nell'ombra e quando si sollev, dalla sua mano part una lancia diretta ai mortali. Pi veloce di un fulmine, Bedevere spicc un salto e afferr l'arma. Poi, senza una parola, la scagli indietro, colpendo il ginocchio del re. Quest'ultimo li maledisse per il male infertogli ma non cerc di fermarli.
Il gesto crudele si ripet il giorno seguente e quello successivo, quando Kilhwich afferr la lancia e la scagli contro il re, ferendolo a un occhio. Poi Ysbaddaden acconsent a trattare con i forestieri.
Come Olwen aveva gi preannunciato, Ysbaddaden concedeva a Kilhwich la mano della figlia, a patto che il cavaliere si dimostrasse audace e coraggioso. "Ditemi che cosa devo fare e lo far"
afferm Kilhwich. Ysbaddaden si sedette.
Elenc le sue richieste, che erano molte. Chiese ai mortali di organizzare un banchetto nuziale degno della razza dei giganti; di arare, seminare e mietere dei campi incantati per far crescere grano e lino con il quale tessere il velo della sposa; di rubare un determinato paniere che non si svuotava mai e un'arpa che suonava da sola; di catturare gli uccelli magici di Rhiannon, la Regina delle Fate, il cui canto scacciava ogni preoccupazione. Ysbaddaden cit trentanove prove e, a ognuna di esse, Kilhwich replic con tranquillit: "Sar un gioco da ragazzi, anche se voi pensate che non ce la far". Al termine dell'elenco Kilhwich ripet: "Sar un gioco da ragazzi, poich i miei amici mortali mi aiuteranno. Avr Olwen e voi morirete". Cos dicendo, lasci la sala seguito dai cavalieri di Art.
I poeti dicono che Kilhwich raggiunse il successo perch tutti i guerrieri di Art si impegnarono nella lotta contro il re dei giganti. I cronisti narrano soltanto un'impresa del giovane cavaliere: quella che lo vide impegnato nello strappare al cinghiale Twreh Trwyth un pettine di setola e un paio di forbici di zanne per tagliare i capelli del gigante.
Fu una caccia lunga e difficile, poich il cinghiale era in realt un uomo trasformato in animale e per questo possedeva le capacit e l'acume di un essere umano. Poteva essere cacciato solo con determinati segugi che, a loro volta, ubbidivano soltanto agli ordini di un uomo rinchiuso in una prigione incantata. I segugi vennero trovati e cos anche l'uomo, grazie alle istruzioni degli animali pi vecchi del mondo: il merlo di Kilgwri, il cervo di Rhedenvre, il gufo di Cwin Cawlwyd, l'aquila di Qwernabwy e il salmone di Llyn Llyw.
Tuttavia, la caccia fu estremamente ardua e nell'inseguimento del cinghiale, Art perse molti uomini. I guerrieri seguirono l'animale in Irlanda e l lo affrontarono.
Il cinghiale sfugg loro e attravers il braccio di mare che divideva l'Irlanda dal Galles, ma gli uomini non gli diedero tregua e riuscirono finalmente a metterlo alle strette nei pressi della Severn, dove gli strapparono le forbici. L'animale scapp per un'ennesima volta e i cavalieri dovettero inseguirlo fino in Cornovaglia, dove si impossessarono del pettine di setole. Non riuscirono per a catturare il cinghiale, che si tuff in mare per non comparire mai pi.
Cos, dopo mesi di lotte, anche l'ultima battaglia era stata vinta e l'impresa finale era stata portata a termine. I tesori vennero portati al gigante e deposti davanti a lui nella grande sala del trono. Ysbaddaden li osserv senza battere ciglio. Quindi mand a chiamare la figlia. Olwen apparve vestita di un abito scarlatto; al collo portava una collana d'oro intrecciato.
A un comando del padre, si mise accanto a Kilhwch, passando cos dal potere del vecchio mondo alla protezione di quello nuovo.
Ebbe cos inizio quello strano rito: Ysbaddaden chiese di venire sbarbato e pettinato con le zanne e le setole di Twreh Trwyth. Cos venne fatto. Infine Kilhwch domand, "Sei pronto?".
"S" rispose il gigante.
"Olwen  mia?".
" tua" afferm Ysbaddaden, e in tono asciutto aggiunse: "non per mia volont ma grazie alla forza dei mortali contro di me".
Ysbaddaden annu gravemente, facendo cenno a un servo di avvicinarsi. L'uomo condusse il gigante nel cortile del castello, e con un solo colpo della sua ascia lo decapit. Kilhwch porse allora la mano alla bellissima figlia del gigante, che gli rest accanto per tutta la vita. Il giovane divenne cos il signore del castello e delle terre circostanti.
Dell'anziano re dei giganti non rimase altro che una testa impalata, lo sguardo fisso rivolto alla verde pianura.


Capitolo Quattro.
IL CREPUSCOLO DEL POTERE.

La Sicilia, prima di essere sottomessa da successive ondate di popoli di naviganti, evocava un sacro terrore nel cuore degli uomini. Nelle acque intorno all'isola turbinavano pericolosi gorghi, provocati dalle correnti del mar Ionio e del mar Tirreno. Sugli isolotti al largo della costa, i vulcani offrivano rifugio agli di del fuoco e dei venti. Il perimetro dell'isola era delimitato da promontori rocciosi e l'interno era disseminato di vulcani fumanti. Tutto ci non bastava, perch chiunque avesse osato avventurarsi in quella terra avrebbe dovuto affrontare un pericolo ben pi grande: l'isola era infatti abitata dai ciclopi, i temibili giganti con un solo occhio in mezzo alla fronte.
I ciclopi erano abili artigiani, e fabbri in grado di forgiare oggetti meravigliosi, come l'arco d'argento di Artemide, da della caccia. Con il passare dei secoli, tuttavia, i ciclopi avevano abbandonato la loro arte per trasformarsi in esseri incivili, privi di legge e morale. Nessuno  mai stato in
Grado di spiegare una simile involuzione. Abbandonata la loro terra dorigine, la regione montagnosa
della Tracia, i giganti avevano vagabondato per anni senza meta, per approdare infine in Sicilia. I superstiti di quella razza sopravvivevano sull'isola come pastori "senza leggi, navi, mercati e privi di qualsiasi nozione sull'agricoltura", come riportano le cronache.
Gli esseri umani, nel frattempo, crescevano in forza e audacia, sparpagliandosi in tutto il mondo. Inevitabilmente, alcuni di essi attraversarono le acque che portavano al rifugio dei ciclopi.
Fra questi avventurieri, il pi famoso fu Ulisse di Itaca, uno scaltro combattente che prese parte al lungo assedio di Troia. Dopo il sacco della citt, Ulisse attravers l'Egeo e il Mediterraneo con una nave di guerrieri greci. Poche settimane di navigazione lo portarono nelle limpide acque della Sicilia. Dopo aver superato senza difficolt le barriere naturali, la nave raggiunse la riva e Ulisse, insieme a un gruppetto di guerrieri, si spinse all'interno dell'isola in missione esplorativa. A prima vista quella terra sembr invitante. L'interno dell'isola era ricoperto
di boschi e il terreno, di origine vulcanica, era estremamente fertile.
Ulisse e i suoi compagni entrarono in una delle caverne disseminate sulla ricca isola. Appena gli occhi dei visitatori si abituarono all'oscurit, si resero conto di essersi introdotti nell'abitazione di un uomo. Dalle pareti di pietra pendevano reti cariche di forme di formaggio messe a stagionare; e nel fondo della caverna si trovava un recinto certamente destinato a un gregge di agnelli.
Uno sguardo d'intesa e gli uomini si misero subito al lavoro per accendere un fuoco al centro della caverna. Uccisero due agnelli e li arrostirono e, non contenti, si servirono in abbondanza anche del formaggio. Il loro fu un inaspettato e allegro banchetto. Le otri di vino vennero svuotate e quando la luce del sole inizi a svanire e il fuoco a spegnersi, caddero in un sonno profondo. L'arrivo del proprietario della caverna li colse impreparati.
Un gregge di pecore grandi come pony lo precedette, affollando l'ingresso della caverna. In fondo al gregge, accanto agli animali, torreggiava un ciclope. Grande due volte il pi massiccio degli uomini, il gigante fece tremare di paura gli intrusi. Tuttavia, l'unico occhio del ciclope non guard verso la profondit della caverna, dove Ulisse e i suoi uomini avevano banchettato. Brontolando fra s e s, la creatura pose un masso davanti all'ingresso della caverna, quindi si accovacci sulle cosce immense e inizi a mungere le pecore.
Soltanto quando gli animali furono nel recinto e i secchi del latte furono disposti lungo la parete della caverna, il ciclope si spinse nella parte posteriore della sua "casa". Si blocc di colpo. L'occhio osserv incredulo i resti del festino, per poi spostarsi sugli uomini immobili schiacciati contro le pareti della grotta. Sembrava stesse valutando la situazione. Quando Ulisse si svegli, il ciclope disse; "Avete ucciso i miei animali e li avete mangiati".
"Gentile mostro" replic Ulisse in tono mellifluo "non dimenticare i doveri di ospitalit nei confronti degli stranieri".
Il ciclope, non aveva per alcuna intenzione di discutere. Con mossa fulminea afferr due uomini e con tutta la sua forza, li scagli, contro la parete della caverna: lo scricchiolio delle ossa echeggi nel silenzio. Quindi, senza degnare di uno sguardo gli altri, inizi a mangiare, staccando la carne ancora calda dalle ossa degli uomini morti, masticando lentamente ogni singolo muscolo e gustando il loro sangue.
I compagni di Ulisse, ubbidendo a un segnale del loro capo, restarono immobili per tutta la durata del rivoltante pasto. Non c'era niente che potessero fare: tutti loro messi insieme non avrebbero rappresentato niente pi che un esercito di formiche contro un leone. Quando il ciclope ebbe finito di banchettare, butt da parte le ossa e inizi a russare fragorosamente. I prigionieri non ebbero tuttavia il coraggio di muoversi, poich il gigante restava vigile, aprendo l'occhio al pi piccolo movimento degli uomini. Inoltre, come bisbigli Ulisse ai suoi, se lo avessero ucciso nel sonno sarebbero rimasti bloccati per sempre in quella caverna: soltanto le mani di un gigante avrebbero potuto infatti spostare
il masso che bloccava l'ingresso.
Il gigante non poteva tuttavia competere con l'astuzia di Ulisse. Al mattino, il ciclope port fuori il gregge, riponendo il masso davanti all'ingresso della caverna. I greci, su istruzione del loro comandante, sradicarono un palo di legno di ulivo dal recinto per le pecore, ne affilarono la punta con i loro coltelli da caccia e la temprarono sul fuoco. Quindi, nascosero la lancia sotto un mucchio di letame e si sedettero in attesa.
Il ciclope torn al calare del sole e inizi subito a mungere le pecore. Poi, con la stessa efficienza mostrata la sera precedente, uccise due prigionieri e li divor. Quando fu sazio, Ulisse gli si avvicin con un otre di vino.
"Un regalo per te, mio signore" disse. "Assaggia il nettare degli di".
Il ciclope fiss Ulisse con sospetto ma prese l'otre e bevve. Soddisfatto per il gusto di quella bevanda, svuot in un attimo il contenitore.
Ulisse gli aveva offerto vino puro e non diluito con l'acqua come era usanza greca. Il gigante, non avendo mai assaggiato niente di pi forte del latte, ne rest stordito e infine croll.
L'astuto guerriero pass allora all'azione. Estrasse il palo appuntito dal mucchio di sterco, si arrampic sul gigante addormentato e gli conficc la punta nell'occhio spingendo con tutte le sue forze, mentre i compagni facevano girare il bastone come i costruttori di navi facevano girare le trivelle per perforare le travi di legno. Spruzzi di sangue schizzarono dall'occhio. Il ciclope balz in piedi gridando per il dolore, mentre Ulisse e i suoi si allontanavano dalla sua portata.
Trascorsero il resto della notte sfuggendo alla creatura accecata, che brancolava nella caverna, sobbalzando a ogni fruscio, singhiozzando per il dolore e maledicendo i greci. Fu tuttavia un nemico facile da fronteggiare e nessun uomo venne catturato.
Infine, il ciclope si inginocchi e procedendo a tentoni, si diresse verso l'entrata della caverna. Quando la trov, spinse via il macigno che la bloccava e la luce del mattino inond la grotta.
Il gigante non si era ancora dato per vinto. Il suo cervello, seppure offuscato, pareva avesse architettato un piano per vendicarsi. Dove prima c'era il macigno, si mise lui. Le grandi mani dondolavano fra le ginocchia, in attesa che gli umani cercassero di passare.
Raramente Ulisse si lasciava abbattere dalle avversit, e anche quella volta la sua acuta intelligenza non lo abbandon. A un suo cenno, gli uomini liberarono le pecore. Ulisse spinse un animale, dirigendolo verso l'ingresso della caverna. Quando sbatt contro il ginocchio del gigante, una mano lo sollev; le dita possenti toccarono la testa e il vello della pecora.
"Brava bestiola" mormor il ciclope, e con sorprendente dolcezza la spinse verso l'aria aperta.
Ora Ulisse sapeva che cosa fare. Utilizzando i viticci recuperati dal recinto degli animali, leg i suoi uomini sotto la pancia delle pecore. Uno dopo l'altro, spinse gli animali verso l'uscita. Al passaggio di ogni bestiola, il gigante faceva scivolare le dita sul dorso dell'animale per assicurarsi che nessun umano vi fosse salito. Tuttavia, non tocc mai la
pancia delle pecore e non avvert la presenza degli uomini. Cos, i prigionieri fuggirono.
Quando furono tutti al sicuro, Ulisse proruppe in un grido di trionfo. "Se qualcuno dovesse chiederti chi ti ha accecato, digli che  stato Ulisse di Itaca" grid. Quindi, lui e i suoi uomini condussero il gregge del ciclope attraverso le montagne fino alla baia dove era ormeggiata la nave; le pecore avrebbero fornito loro la carne necessaria per sopravvivere durante la navigazione. Davanti all'ingresso della caverna, il gigante si toccava disperato il volto insanguinato. Pianse, imprec e maledisse gli stranieri; la sua voce echeggi oltre le colline. Infine, barcoll per l'isola seguendo le voci lontane, e quando raggiunse gli scogli lungo la costa, scagli in mare un masso dopo l'altro, sperando di colpire il nemico. Ulisse non pens pi alla creatura primitiva che aveva sconfitto, se non per glorificare la propria astuzia nell'ingannarlo.
Episodi simili accaddero spesso durante il crepuscolo dell'era dei giganti. Questi ultimi, se un tempo avevano dominato la terra, ora erano divenuti dei reietti, creature spinte in angoli oscuri del pianeta dalla crescente forza degli uomini. Anche l'et serv a indebolirli. Il loro processo di invecchiamento era indubbiamente pi lento di quello degli uomini ma era anch'esso inesorabile. Nei loro ultimi giorni, i
giganti erano solo un pallido ricordo delle creature possenti che erano stati i loro avi, e gli esseri umani li affrontavano ormai senza timore.
Fra i cittadini d'Europa divenne addirittura un punto d'onore potere affermare che la propria citt sorgeva sulle ossa di giganti sconfitti dagli uomini.
I Fiamminghi, per esempio, sostenevano che un gigante di nome Antigono un tempo abitasse in un castello sul fiume Scheldt. Da quella fortezza, il gigante terrorizzava tutti i viaggiatori, pretendendo pedaggi esorbitanti per il privilegio di attraversare le sue terre; a chi osava rifiutarsi di pagare, la malvagia creatura tagliava una mano. Un bel giorno, dopo anni di soprusi, un coraggioso principe lo affront e lo uccise.
Intorno al castello di Antigono sorse il ricco porto mercantile di Anversa, un nome che i cittadini di quella citt sostenevano derivasse dal termine fiammingo hantworp, il cui significato era "taglio delle mani" in riferimento alla brutale usanza di Antigono.
Pi fantasiosa ancora della favola dei Fiamminghi fu quella inventata dall'incredibile cronista britannico Goffrey di Monmouth. Desideroso di legare la sua isola alle glorie del vecchio mondo, Goffrey scrisse che la Britannia, o Albion come veniva chiamata allora, fu abitata da una razza di giganti fino all'invasione dell'esercito di un coraggioso guerriero di nome Brut, un principe discendente da Enea di Troia. Le armate di Brut sconfissero i giganti e li uccisero tutti, eccetto uno: Gogmagog. Per puro divertimento, il principe decise di contrapporre a quella creatura il suo alleato, un uomo di nome Corineus. Il combattimento ebbe luogo in una pianura di quello che oggi  il Devonshire, sulla costa sudoccidentale. Il gigante, alto circa sei metri, attacc subito il nemico, stringendolo in un abbraccio mortale. La rabbia e il dolore fecero esplodere in Corineus una forza soprannaturale, che lo port a sollevare Gogmagog e a lanciarlo in mare da un promontorio. "Cadendo sugli scogli sottostanti, la creatura si sfracell, colorando di un rosso vivo la spuma bianca delle onde": cos scrisse Geoffrey. Il promontorio dal quale cadde il gigante si trovava in una localit chiamata Haw, nei pressi di Plymouth e, da allora, divenne famoso con il nome di Lam Gomagot, o "salto di Gogmagog". Finalmente liberata dalla presenza dei giganti, l'isola pot essere colonizzata dagli uomini e da allora prese il nome di Britannia, in onore di Buri, il suo conquistatore.
Goffrey di Monmouth fu un bizzarro inventore di miti, e si divert a speculare su un'epoca avvolta nelle nebbie del tempo. Esistono ben poche prove per sostenere la sua versione dei fatti, mentre ne esistono molte per confutarla. Per esempio, come si spiega la presenza di giganti in Britannia secoli dopo l'epoca in cui Brut era stato indicato come loro sterminatore? Durante l'et della cavalleria, infatti, i cavalieri combatterono regolarmente contro i giganti. In Britannia, come nel resto d'Europa, l'uccisione di un gigante divenne addirittura prova di coraggio e valore cavalleresco.
Ostentazione e rituali della cavalleria non costituivano altro che un'elegante
facciata per nascondere un'epoca violenta e selvaggia. I cavalieri delle antiche leggende erano indubbiamente esseri legati ai loro re da un profondo sentimento di lealt; sapevano essere generosi, giusti e di buon cuore nei confronti dei loro compagni ed erano pronti a difendere i pi deboli. Alcuni di loro erano poeti incredibilmente dotati, altri eleganti cortigiani. L'essenza profonda del loro essere per era la guerra. Fin dalla pi tenera et venivano addestrati a combattere e trascorrevano la maggior parte della loro vita impegnati in sanguinose battaglie. La lotta definiva il loro essere.
Questa particolare etica venne celebrata in molte canzoni sui cavalieri che servirono l'imperatore franco Carlo Magno. I pi valorosi di quei cavalieri
venivano nominati pari, poich appartenevano a una stessa casta, e il loro potere si equivaleva; oppure paladini, perch il palazzo reale era la loro seconda casa. Il pi famoso fra loro fu Rolando, nipote dell'imperatore. Un duello con un gigante diede al coraggioso cavaliere la sua fama imperitura.
Il gigante viveva su un'isola a sud della Spagna, paese in mano ai
Saraceni, nemici dei Franchi. Il suo nome era Ferragus e la sua reputazione terribile. Si diceva che abitasse in una fortezza di metallo, che possedesse una testa scolpita in ottone in grado di rispondere a qualsiasi domanda le fosse posta e un cavallo di legno in grado di volare.
Quando i Franchi invasero la Spagna, violando cos anche il suo territorio,
Ferragus lanci a Carlo Magno una sfida: si sarebbe battuto in duello con i cavalieri dell'imperatore.
I paladini non si tirarono indietro e si mostrarono impazienti di affrontare e sconfiggere il terribile Ferragus. I cavalieri franchi si riunirono su una pianura non lontana dalla fortezza del gigante; da l, Ogier il danese, Rinaldo della Spina Bianca, Costantino di Roma e Howel di Nantes, tutti coraggiosi e abili guerrieri, scesero in campo uno dopo l'altro contro Ferragus. Tutti furono sconfitti dal gigante. Quest'ultimo si limitava a sporgersi dall'alto del suo cavallo all'avvicinarsi del cavaliere di turno e a disarcionarlo con una lieve spinta. Terminata la sfida, Ferragus rinchiuse i prigionieri nel castello di metallo.
Resosi conto dell'inferiorit dei suoi cavalieri, l'imperatore ordin una tregua; il sovrano non aveva per tenuto in considerazione l'ira di Rolando, che chiese di poter riscattare l'onore della corte e del paese. Di fronte a tanta furia, Carlo Magno non pot far altro che accogliere la richiesta del giovane cavaliere.
Rolando e Ferragus combatterono per tutto il pomeriggio: prima con le spade, poi con i pugni, i sassi e i bastoni. Quando il sole era ormai basso all'orizzonte, il gigante propose una tregua. Si sdrai sul campo a riposare e tale fu la correttezza di Rolando che Ferragus pot dormire indisturbato: le leggi della cavalleria non permettevano infatti di attaccare un avversario addormentato.
Rolando, notando che il gigante dormiva senza cuscino, giunse addirittura a fare scivolare un sasso sotto la testa dell'avversario, per permettere a quest'ultimo di riposare pi comodamente.
Un simile gesto suscit nel gigante una sorta di stima e fiducia nei confronti dell'uomo. I due iniziarono a chiacchierare e Ferragus confess di avere un solo punto vulnerabile: l'ombelico. Con una simile rivelazione, il gigante aveva firmato la sua condanna a morte. Appena la tregua ebbe termine, Rolando si gett infatti con ferocia addosso all'avversario e gli conficc la spada nell'ombelico, decretando cos la fine del gigante. Al termine del combattimento, Carlo Magno e le sue truppe presero d'assalto il castello del gigante e liberarono i compagni.
Indubbiamente, le cronache arricchirono il racconto per meglio riflettere gli ideali cavallereschi. Tuttavia, se il ritratto di Ferragus si avvicina alla verit, allora il gigante era un raro rappresentante di una razza ormai in declino, una razza un tempo famosa per la sua nobilt d'animo.
I racconti sui cavalieri della Tavola Rotonda offrono un ritratto dei giganti completamente diverso. Gli appartenenti a quell'antica razza vengono infatti dipinti come esseri mostruosi, ricoperti di pelli di animali e armati di bastoni di legno. Creature che traevano piacere dall'infliggere dolore e che amavano cibarsi di carne umana.
La leggenda di Erec, principe bretone figlio di Lac e impetuoso membro della compagnia di Art, illustra perfettamente il declino dei giganti. Ancora giovane, Erec ottenne la mano di Enide, una fanciulla di tale bellezza e bont d'animo che, per un certo periodo, il paladino dimentic i principi fondamentali della cavalleria.
Erec port la fanciulla in Bretagna, nelle terre paterne, dove per mesi si lasci andare al piacere, trasformandosi nel pi sottomesso dei mariti. Dimentic cos i tornei e il gusto per l'avventura. Ben presto, divenne lo zimbello della corte di Art, deriso e beffeggiato da tutti i cavalieri. Il cavaliere che non prendeva parte alla battaglia non poteva infatti definirsi tale.
Cantato dalle canzoni di bardi e menestrelli, il disprezzo dei pari nei confronti di Erec raggiunse ogni angolo della Bretagna. La fortezza di re Lac non costitu un'eccezione e scudieri e servi iniziarono a mormorare. Infine, le malignit giunsero alle orecchie di Enide.
La fanciulla ne rest profondamente turbata. In quel tempo, sottrarsi all'avventura equivaleva a una dichiarazione di codardia e la morte era preferibile a un simile disonore. Enide, incline all'autobiasimo, sprofond nella disperazione pi nera, convinta di aver causato la caduta in disgrazia del marito. Tuttavia non fece parola a Erec di ci che sapeva, poich temeva la sua ira.
Nonostante ci, Erec scopr ben presto la verit. Nella loro stanza nuziale, ud la moglie mormorare nel sonno come anche le lavandaie ridessero ormai di lui. Scattando a sedere, afferr Enide e la scosse violentemente per svegliarla; quindi, le ordin di parlare.
A Enide, il volto del giovane divenne pallido e teso. Alla fine del racconto disse soltanto che sarebbe partito alla ricerca di nuove avventure e che lei lo avrebbe accompagnato come testimone delle sue imprese. Si trattava di una vera crudelt, poich simili viaggi erano duri e perigliosi, ma nel giovane cavaliere dalle violente passioni, quello che prima era amore si era trasformato in odio.
L'immagine offerta dai due giovani mentre si allontanano dalla fortezza di Lac rappresentava lo stereotipo della cavalleria, poco prima che questa decadesse. In fluttuanti vesti di seta ricamate con fili d'argento e a cavallo di una puledra pezzata, Enide seguiva un sentiero attraverso i campi che circondavano la fortezza. In sella a uno stallone baio, Erec cavalcava dietro di lei.
Il racconto del loro viaggio presenta quell'atmosfera di sogno comune alla maggior parte dei resoconti sui cavalieri erranti. Indifferenti l'uno all'altra, i due vagarono senza meta. Vennero aggrediti da briganti e attaccati da cavalieri fuorilegge che si nascondevano nei boschi. L'abilit con la lancia e la spada e lo sprezzo del pericolo e della paura, permisero a Erec di sconfiggere gli avversari con facilit. Giunsero infine nella terra dei giganti.
L'avventura ebbe inizio in quella parte di foresta infestata dagli spiriti maligni di cui non ci  data di sapere l'esatta collocazione. Nel silenzio e nell'oscurit del bosco, vagava una giovane donna in lacrime. Erec la ferm e ascolt la sua storia; quindi la lasci con Enide e si allontan nella direzione che la fanciulla gli aveva indicato.
Raggiunse cos una radura, dove trov il compagno della donna: un uomo dai capelli biondi in sella a un cavallo. Era nudo. Aveva le mani legate dietro la schiena e le caviglie erano bloccate da una corda che passava sotto la pancia del cavallo. Sulle gambe scendevano rivoli di sangue. La schiena piegata era rossa per i colpi ricevuti e in alcuni punti la carne era lacerata.
Accanto a chi lo aveva catturato, l'uomo sembrava poco pi che un bambino e il cavallo poco pi che un cane. Era tenuto prigioniero da due giganti, dalla carnagione scura e dai volti deformi, coperti da pelli di animali e armati di bastoni appuntiti. Mentre Erec si avvicinava, continuarono a torturare l'umano che aveva osato spingersi nei loro territori. Pi il malcapitato gridava per il dolore e pi i giganti ridevano soddisfatti. Il sudore scendeva sui loro volti scuri e la saliva imbiancava gli angoli della bocca.
Quando Erec lanci loro una sfida, uno dei giganti grugn di soddisfazione. "Un altro uomo" esclam, facendo roteare il bastone.
Furono le ultime parole del gigante. Sollevata la lancia, Erec caric. Il gigante si accovacci per prepararsi all'attacco ma la punta della lancia del cavaliere centr il bersaglio, conficcandosi nella fronte del mostro. Mentre il gigante cadeva, Erec estrasse l'arma. L'altro gigante si butt allora su di lui, abbassando la clava con violenza. Erec riusc tuttavia a sollevare lo scudo e a parare il colpo; con mossa veloce, estrasse la spada e l'affond nel torace del gigante.
Con un grido lacerante, l'immensa creatura cadde al suolo. Erec allontan il cavallo, smont di sella, tagli a pezzi i corpi immensi e ne disperse le budella. Infine, si occup del prigioniero.
L'uomo era Cadoc di Tabriol, un cavaliere fatto prigioniero dai giganti mentre attraversava con la propria dama il territorio di quelle mostruose creature. Come prevedeva il codice cavalleresco, il cavaliere si offr a Erec in veste di vassallo, poich il giovane gli aveva salvato la vita. Erec declin l'offerta, ma preg Cadoc di recarsi, una volta guarito dalle ferite infertegli dai giganti, alla corte di Art. "Presentatevi come un omaggio al re da parte mia" lo istru e aggiunse: "Non dimenticate di sottolineare da quale terribile periglio ho liberato il vostro corpo e la vostra mente".
Cadoc mantenne la promessa e col passare dei mesi, una processione di guerrieri, provenienti da tutti gli angoli della Britannia, si present alla corte di Art per giurare fedelt al re in nome di Erec e per testimoniare il valore del giovane e valoroso cavaliere. Quei messaggeri descrissero anche la dolcezza di Enide e il rifiorire dell'amore fra moglie e marito. Quando infine Erec torn nel mondo degli uomini aveva ritrovato l'onore e la felicit coniugale.
L'incontro di Erec con i mostri presentava una certa simmetria: dopo tutto, si trattava di una prova di un guerriero contro un guerriero. La forza dei giganti era bilanciata dall'abilit e dal valore del cavaliere. Tuttavia, la realt della situazione dei giganti fu raramente cos chiara. Dietro a quel loro lasciarsi andare alla brutalit della violenza si nascondeva la tragedia del declino dei poteri della mente. Quelli che un tempo erano i possessori del sapere universale, si erano trasformati in esseri istintivi, stupidi, bestiali. All'alba della nascita del mondo, gli di avevano invidiato la saggezza dei giganti.
Ora, anche il pi umile dei mortali li disprezzava.
Una leggenda francese illustra bene questa penosa svolta della loro esistenza. La storia narra le prodezze di un mugnaio che viveva lungo le rive della Loira. Il mugnaio era un uomo semplice, felice che le pale del suo mulino girassero, che le galline deponessero le uova, che la mucca gli desse il latte e che il suo giardino gli offrisse rape e cavoli. L'uomo viveva in tempi di povert ma era parsimonioso e geloso dei suoi beni come tutti i contadini del mondo.
Un giorno, un gigante errante e la sua compagna portarono una mandria di mucche sulle colline che sovrastavano il mulino e si sistemarono in quella zona. Non era un gigante di proporzioni immense; al contrario, era pochi centimetri pi alto di un uomo ma possedeva la forza caratteristica degli appartenenti alla sua razza. Sotto una folta capigliatura arruffata, il volto dai lineamenti distorti era coperto di verruche. Il mugnaio, disgustato dal suo aspetto e ben consapevole della forza immensa contenuta in quei muscoli, gli diede lo sprezzante nome di Orco. Il suo disprezzo aument ancor pi quando Orco cominci a recarsi al mulino pretendendo grano o farina.
Per alcuni mesi il mugnaio pag la decima. Un giorno per, vedendo Orco arrivare lentamente, il mugnaio si nascose con la moglie nella stalla, sotto la paglia.
La voce stridula di Orco risuon prima vicino alla porta del cottage e quindi al mulino. Alla fine, il gigante sbirci nell'oscurit della stalla, annusando l'aria e ripetendo il nome del mugnaio.
L'uomo e la moglie non si mossero. Orco si accovacci nel piccolo rifugio, fiutando e brontolando. Irritato, colp la mucca alla testa e se ne and. L'animale croll a terra, mugg disperato e mor.
Tremante per la rabbia, il mugnaio attese fino a quando il rumore dei passi del gigante si perse in lontananza. Quindi si alz, togliendosi la paglia dai capelli. Il mugnaio, non perse tempo e afferrato un coltello, inizi a scuoiare l'animale. Parte della carne l'avrebbero mangiata e l'altra l'avrebbero messa sotto sale; cos non sarebbero morti di fame. Inoltre, avrebbero sicuramente trovato un modo per ripagare Orco per il torto subito.
Quando il gigante apparve nuovamente, il mugnaio lo aspettava. Al posto del grano o della farina, consegn a Orco delle monete d'oro prese da una piccola scorta nascosta sotto il pavimento del mulino. Quindi lo ringrazi per avere ucciso la mucca, poich la vendita della pelle gli aveva permesso di guadagnare diversi sacchi d'oro.
Dondolando la grande testa da una parte all'altra e fregando le mani sudicie sulla lunga veste, Orco consider la questione.
"La pelle" ripet il mugnaio lentamente scandendo le parole. "Quando la mucca  morta, l'ho scuoiata e ho venduto la pelle".
Orco annu e si allontan con passo ciondolante. Quella notte, il mugnaio e la moglie trascorsero molte ore sotto le stelle ad ascoltare divertiti i muggiti delle mucche che provenivano dalle colline: Orco stava ammazzando la sua mandria.
Trascorsero alcune settimane prima che Orco tornasse dal mugnaio e, nel frattempo, quest'ultimo aveva escogitato un altro inganno, che ancora una volta avrebbe visto interessata la preziosa mucca. Il gigante scese dalla collina e s'introdusse nel piccolo cottage; sulle spalle aveva una pelle tutta conciata. Sventol quest'ultima sotto il naso del mugnaio e ringhi: "Nessuno compera".
Senza un attimo di esitazione, il mugnaio si rivolse alla moglie gridando, " colpa tua, donna" e la colp al petto. Il sangue sgorg a fiotti (in realt si trattava di sangue di gallina versato nella vescica della mucca nascosta sotto lo scialle della donna) e la poveretta cadde a terra.
Lasciando cadere la pelle, Orco strisci verso la donna e si pieg su di lei. La fiss respirando affannosamente e dopo qualche minuto esclam: "Morta".
"S" replic il mugnaio.
"Assassino" disse il gigante e la sua voce si trasform in un flebile piagnucolio.
"Sciocchezze" comment il mugnaio. "Lo faccio spesso; le serve di lezione. Adesso guarda". Prese il soffietto vicino al camino, ne infil la punta nella bocca della moglie e cominci a pompare. Il petto della donna inizi a sollevarsi e ad abbassarsi. La defunta apr gli occhi. Il mugnaio allontan il soffietto e messasi a sedere, la moglie disse: "Perdonami, marito mio".
"Visto?  un sistema utilissimo con le mogli" sottoline il mugnaio.
"Vecchia magia" replic stupito Orco. "Dammela".
"Nessuna magia senza oro. Voglio le monete che ti ho dato".
Senza una parola, Orco usc. Torn dopo mezz'ora e vers sul pavimento non solo i risparmi del mugnaio ma anche un altro mucchio di monete: come molti giganti, Orco non sapeva contare. Gli occhi del mugnaio brillarono, ma l'uomo non fece commenti. Annuendo per indicare che quanto versato era la somma corretta, porse il soffietto al gigante.
Dopo aver nascosto l'oro, il mugnaio e la moglie seguirono Orco sulle colline, incapaci di resistere alla tentazione di assistere agli eventi che loro stessi avevano scatenato. Sbirciarono nella tana fumosa. Accanto al fuoco, il gigante litigava con la compagna. Le ombre dei due oscillavano e si stagliavano sulle pareti, mentre gridavano parole incomprensibili. Infine, Orco emise un grido. Afferr un coltello e tagli la gola alla donna. Con un solo lamento, la poveretta croll nel fuoco.
Orco si chin su di lei e l'allontan dalle fiamme, emettendo uno strano gorgoglio: forse una risata. Quindi prese il soffietto. Sogghignando, il mugnaio diede una gomitata alla moglie.
Orco us il soffietto come aveva fatto il mugnaio. Sebbene il petto della donna si alzasse e abbassasse mentre lui pompava, gli occhi non si aprirono e la poveretta non si mosse. Il gigante prov nuovamente ma inutilmente. La mise seduta. La testa ciondol pesantemente. In preda al panico la scosse, ma niente poteva ormai svegliarla.
Orco croll infine sui sassi del pavimento, stringendo ancora l'inutile soffietto. Un gemito di dolore usc dalle sue labbra, mentre disperato cullava il corpo senza vita della compagna. Il dolore della perdita eterna e della solitudine riecheggi in quel lamento.
Dall'ingresso della tana, la moglie del mugnaio tir nervosamente la manica del marito: aveva gli occhi pieni di lacrime. Indifferente a quanto era accaduto e insensibile al dolore del gigante, l'uomo la port a casa.
Da quel giorno, Orco, inizi a bighellonare intorno al mulino, apparentemente ignaro o indifferente al fatto che il mugnaio fosse il responsabile delle sue disavventure. Di tanto in tanto, l'uomo si divertiva a ingannare il gigante ma il piacere che ne traeva diminuiva sempre pi, fino a quando la sola vista di Orco divenne per lui terribilmente irritante. Un giorno, attir il gigante nel fiume, facendogli credere che le acque nascondessero gemme preziose. Cos Orco mor, forse perch l'acqua corrente aveva sempre rappresentato un pericolo per quelli della sua razza o pi semplicemente perch non sapeva nuotare.
Fu cos che, vittime di scherzi crudeli, scomparvero dalla terra gli ultimi giganti. Coloro che un tempo erano stati maestri nell'arte dell'illusione e della trasformazione, ora venivano ingannati dall'astuzia di un bambino. Nessuno pianse la loro scomparsa.
Naturalmente, uomini e donne raccontavano storie di giganti e, spinti da una sorta di nostalgia, li ritrassero in mille modi. Statue di Gogmagog (in seguito diviso in due giganti: Qog e Magog) troneggiavano, allora come adesso, nei palazzi delle corporazioni in difesa del commercio. I cittadini di Anversa eressero una statua in memoria di Antigono.
Alta dodici metri, venne scolpita nel legno e minuziosamente dipinta e dorata. La statua era cava e quando durante feste e processioni attraversava le strade della citt trainata da un carro, un uomo vi si infilava dentro, muovendo la testa mobile avanti e indietro.
Un tempo, rappresentazioni simili erano cosa comune in Europa. Corporazioni di mercanti e artigiani di molte citt, fra le quali Bruxelles e Mons in Belgio e Douai in Francia, costruirono dei giganti di legno per sfilare durante le parate religiose e quelle reali. La Compagnia dei sarti di Salisbury, in Inghilterra, possedeva una statua alta tre metri e mezzo. Costruita con fogli di lamiera, aveva la testa di cartone; indossava abiti in cotone rosso e un cappello con ricami d'oro; come tocco finale, teneva in bocca un'elegante pipa.
Come illustra il Libro delle spese della corporazione dei macellai di Chester, i giganti di cartone erano oggetto di grande cura: alcune cifre indicavano infatti il pagamento di tessuti e tele rigide, fogli d'oro e d'argento, colla e cartone. Il libro riporta anche la seguente voce: "Uno scellino e quattro penny per l'arsenico da mettere nella colla per evitare che il gigante venga mangiato dai topi".
Fu una fine patetica per creature cos potenti sfilare come fantocci davanti a folle gaudenti e dovere essere protette dalla voracit degli animali nocivi. Tuttavia, dell'et dei giganti rest anche un altro ricordo: le colline, i corsi d'acqua e le gole che, secondo quanto affermavano i contadini, erano stati plasmati da quelle immense creature.

 LA TESTIMONIANZA DELLA TERRA.

Alla scomparsa dei giganti dalla terra, i segni del loro passaggio sopravvissero in natura come ricordi di un'et meravigliosa. I sentieri percorsi da generazioni di giganti erano segnati da crepacci e vallate sinuose. Le impronte dei colossi divennero conche di laghi e ovunque si trovavano massi immensi, lanciati da quelle creature per divertimento o per vendetta. Alcune creazioni della natura sono state erroneamente attribuite all'opera dei giganti ma indubbiamente molte particolarit del pianeta non trovano un'altra spiegazione.
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FINE.
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Ringraziamenti.
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Si ringraziano le persone e istituzioni di seguito elencate per la collaborazione nella preparazione di questo volume: Ancilla Antonini, Scala, Firenze; Francois Avril, Curatore, Dpartement des Manuscripts, Bibliothque Mattonale, Parigi; Contessa Maria Fede Caproni, Roma; Moussia Devambez, Parigi; Manfred Eger, Richard-Wagner Museum, Bayreuth; Calude Qaignebet, Parigi; Marielise Qpel, Archiv fr Kunst und Qeschichte, Berlino Ovest; Kenichiro Hashimoto, Kanagawa Prefectural Museum,Yokohama;
Dieter Hennig, Direttore, Brder Grimm-Museum, Kassel; Gustav Hennin-gsen, Direttore Ricerche, Danish Folklore Archives, Copenhagen; Michael Heseltine, Sotheby's, Londra; Christine Hofmann, Bayerische Staatsgemldesammlungen, Monaco; Keio Crijuku Toshokan, Tokyo; Seigfried Kessemeier, Westflisches Landesmuseum fr Kunst und Kulturgeschichte, Mnster; Berndt Krimmel, Direttore, Mathildenhhe, Darmstadt; J. P. Losty, Assistente, Department of Oriental "Manuscripts and Printed
Books, British Library, Londra; Bernd Meier, Kunstbibliothek, Berlino Ovest; Agns Nercessian, CM.R.S. - L.I.M.C, Parigi; Christine Poulson, Londra; B. W. Robinson, Londra; M. Rogers, Department of Oriental Antiquities, British Museum, Londra; Vronique Schiltz, Parigi; Sei-kado Bunko, Tokyo; Mitsuhiko Shibata, Atomi University, Tokyi; R. W. Skelton, Curatore, Indian Section, Victoria and Albert Museum, Londra; Soviet Copyright Agency, Mosca; Jinichi Suzuki, Tokyo.
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FINE.